IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
AKKURA

AKKURA «Questo lavoro ha fatto venir fuori tutte le influenze ​straniere che avevamo coltivato silenziosamente»

Gli Akkura, formati da Riccardo Serradifalco (voce, chitarre e piano), Settimo Serradifalco (basso, contrabbasso, synth, piano e voce), Fabio Finocchio (batteria e cori) e Salvo Compagno (percussioni e cori), sono una band con alle spalle tre album, qualche singolo, tanti concerti in Italia e all’estero e parecchie collaborazioni, come quella con il leggendario chitarrista Arto Lindsay. Il loro nuovo disco, “Cosmotropico“, ci ha incuriosito parecchio. Li abbiamo intervistati.

AKKURA cosmotropicoLa prima cosa che mi piacerebbe chiedervi è cosa c’è di Palermo in particolare in questo disco? Insomma, in che misura la vostra città vi ha influenzato e continua a farlo?

«Tutto è di Palermo in questo album. Infatti è stato composto, suonato, registrato e arrangiato a Palermo, da palermitani, tra una villa di Mondello (vicino la spiaggia) e il centro storico presso gli Indigo studio. Tuttavia, per quanto la nostra città abbia per forza influenzato ogni suono che sta dentro questo disco, questo lavoro ha fatto venir fuori tutte le influenze straniere che avevamo coltivato silenziosamente. Anche per motivi come questo, “Cosmotropico” per noi rappresenta un nuovo punto di partenza, un nuovo ciclo, che non vediamo l’ora di scoprire nei prossimi lavori».

“Cosmotropico” ha molte melodie accattivanti. In che maniera avete lavorato sull’orecchiabilità. Nel senso, avete prestato una particolare attenzione all’aspetto pop della vostra musica in fase di produzione oppure avete lasciato correre le cose sino al risultato finale?

«Non è stato un caso. Nella composizione di questi brani abbiamo effettivamente prestato molta attenzione alle melodie, rispetto al passato, affinché ogni parola giusta avesse lo spazio all’interno del pezzo o fosse ben accompagnata dall’arrangiamento strumentale o vocale. Lavorare in questo modo sulle voci è stata una cosa nuova per noi, e adesso che abbiamo letto questa domanda pensiamo effettivamente di aver raggiunto – sorridono – un buon risultato».

“Io, Nico ed Emily” è il brano che più ci è piaciuto. Pensate sia un buon manifesto dell’album e com’è nato? 

«E’ stato uno dei primi brani che abbiamo scritto ed è stato uno dei riferimenti per la scrittura del disco. Il brano è nato da un giro di chitarra e quattro parole in croce. Le parole sono rimaste quelle creando una sorta di mantra, il racconto di un naufragio fino alla salvezza. Inoltre in questa canzone ci sono dei cori molto R&B che sono stati eseguiti da Fabrizio Cammarata e Angelo Sigurella degli Omosumo».

E’ da moltissimi anni che suonate. Che idea vi siete fatti della scena indipendente italiana? 

«La scena indipendente italiana non ha dei limiti visto che praticamente abbraccia tutti i generi musicali dal post-rock all’hip hop, passando per i cantautori e i gruppi di musica strumentale. La scena indie in Italia, per quanto meno pura rispetto agli Anni ‘90, oggi è riuscita a farsi strada nei grossi club, nei teatri e nelle radio nazionali, creando di fatto una nuova economia di mezzo che si sostiene da sola, seppur con qualche sacrificio».

Vi sentire parte di una scena?

«Non sappiamo se gli Akkura fanno parte di qualche scena musicale, il gruppo ha suonato ovunque, nei festival indie, nelle carceri per i detenuti, nei salotti dei consolati italiani in Brasile, nel peggiore centro sociale di estrema sinistra dove anche la coca cola era bandita ed un’altra volta (per errore) in un festival di musica napoletana nella periferia di Palermo dove abbiamo guadagnato il cachet più alto rispetto al numero di brani suonati, ma appena scoprirono che non facevamo musica neomelodica, ci fecero scendere in anticipo dal palco, altro che Marlene Kuntz al Primo Maggio di Roma…».

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