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Foto di Rob Sheridan

ALESSANDRO CORTINI «Creare uno stile? Penso sia un percorso molto simile al sentirsi riusciti a livello spirituale e di vita»

Puoi chiamarlo “Trent” se sei un suo fan, ma puoi chiamarlo “Trent” a maggior ragione se è da quasi un decennio che ci lavori a stretto contatto. La storia di Alessandro Cortini, membro dei Nine Inch Nails di Trent Reznor e titolare di diversi progetti fra cui SONOIO, è una bella storia perché parte dalla provincia italiana e si allarga all’America, ai grandi palchi di mezzo mondo. E soprattutto è una storia ancora tutta da scrivere.

 

La prima cosa che ti chiedo è qualcosa sul presente/futuro di SONOIO, il tuo progetto. Si parla da tanto tempo di un seguito al lavoro del 2011…

«Sì, arriverà. Purtroppo non so quando: mi riesce molto meno di una volta di lavorare da solo a canzoni. E’ un periodo in cui mi sento più realizzato nell’ambito strumentale senza voci. Il progetto SONOIO implica un una mole di lavoro estranea e postuma allo scrivere le canzoni: promozione, stampa del disco, ordini, recensioni, tutte cose che un po’ mi tolgono la voglia di fare musica, e che sinceramente non devo fare quando lavoro in ambito strumentale».

 C’è da rassegnarsi?

«Detto questo, ho un mezzo LP finito, quindi prima o poi uscirà anche il nuovo SONOIO».

Tu sei in America da diversi anni, ormai. Come sono gli Stati Uniti visti con occhi diversi da quelli del turista di passaggio? Da qui, L.A. e N.Y. ci sembrano l’Eden…

«Ci si abitua. Onestamente con il tempo ti dimentichi come vivevi in italia, e le cose che non ti piacevano. L’Eden è molto personale, e nel mio caso è qualcosa di non ancora definito».

Leggendo alcune tue interviste, ho notato una sorta di odio-amore fra te e l’Italia. Cosa ti attrae e cosa ti allontana dal nostro Paese?

«Cambia di continuo, ma è sempre una relazione di amore-odio. A questo punto della mia vita mi manca la campagna, la vita e le cose semplici della periferia romagnola. Non so però se riuscirei a viverci».

Ascoltando “Thanks For Calling”, brano che hai pubblicato di recente, la prima cosa che si nota è un tuo diverso uso della voce rispetto al passato. E’ una casualità oppure ci hai lavorato sopra?

«E’ nato come un esperimento, che poi si è evoluto e sviluppato su tutti i nuovi pezzi, più o meno. Parte del processo di reinvenzione necessario per non sentirsi schiavi della propria musica. Difficile dire se questa metamorfosi durerà per tutto il periodo di gestazione del nuovo album, vedremo».

Con i Nine Inch Nails hai fatto il giro del mondo diverse volte, e hai collezionato non so quante ore di volo e bus. Cos’hai imparato da tutti quei viaggi e soprattutto da tutte quelle ore di forzata riflessione davanti a un finestrino mentre il mondo ti passava a lato?

«Ho imparato che essere felici viene da dentro, non da fuori».

Cosa ricordi della prima audizione per entrare nei Nine Inch Nails e, visto da vicino, che tipo è Trent Reznor?

«Ricordo con piacere la professionalità mista all’amicizia. Per quanto riguarda Trent, è una persona come tante altre, ma unicamente determinato e strutturato. E’ un ottimo amico, collega, boss. E papà, ora».

Hai avuto la fortuna di incontrare/frequentare tantissime icone della musica. C’è un incontro che ti è rimasto particolarmente nella memoria?

«Fra i tanti, direi quello con Paul McCartney».

Sul palco dai sempre la sensazione di una persona calma e in pieno controllo della situazione. Cos’è che crea sicurezza in un artista: la consapevolezza di non poter dominare tutto alla perfezione oppure la consapevolezza di aver fatto il massimo per non sbagliare nulla?

«Nessuna delle due opzioni, direi. Se ti riferisci alla mia posizione nei Nine Inch Nails, essa è molto personale, frutto di anni in cui mi è stato permesso di (e sono stato incoraggiato a) creare uno stile ed approccio unico a me stesso. Sono calmo ed “in controllo” (si fa per dire), perché non faccio altro che “essere io”».

Come si crea un proprio stile, Alessandro?

«Secondo me seguendo unicamente le proprie idee e senza farsi influenzare troppo, o riuscire ad avere il coraggio di ammettere errori per poi proseguire. Penso sia un percorso molto simile al sentirsi riusciti a livello spirituale e di vita».

Tu sei la prova che con tanta volontà e qualche coincidenza fortunata, si può arrivare lontanissimi. Qual è però, oggi, la strada giusta per un giovane musicista? Partire per l’America oppure sognare gli States attraverso uno dei loro prodotti di intrattenimento più fortunati, ovvero i Talent show?

«Purtroppo non ho consigli da dare. Non c’è una strada giusta. C’è solo la voglia di fare musica, se c’è quella e se è a fine personale e non per successo, allora è tutto a posto».

La tua passione per l’elettronica e le “macchine” è risaputa e di recente hai lavorato a un progetto strumentale. Da grande, però, cosa vorresti fare? Lavorare a colonne sonore? Proseguire nell’attività live? Lavorare in studio come tecnico? Insomma, in quale ambito pensi possa esprimersi al meglio il tuo talento?

«Da grande voglio morire. Non esiste “da grande”. Farò sempre musica in qualche maniera. Non sono un “tecnico” e molto meno uno da studio professionale. Una cosa è certa, la necessità di sentirsi innamorati della musica richiederà ulteriori cambiamenti, regolari, e quindi chissà in che cos’altro mi cimenterò».

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