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ALESSANDRO CORTINI «"Avanti" è un omaggio alla mia famiglia, senza la quale non sarei la persona che sono oggi»

Con “Avanti“, Alessandro Cortini si è messo a nudo. Detta così sembra la classica frase fatta, retorica spiccia applicata alla musica. E invece la retorica non abita qui, perché il nuovo lavoro del membro dei Nine Inch Nails è un viaggio onesto (e a ritroso) verso le origini, partendo dai vecchi filmati di quando era bambino. Con Alessandro abbiamo voluto parlare di musica elettronica (la sua passione) ma anche di felicità e semplicità, due concetti così difficili da stringere fra le mani.

“Avanti”, a livello umano, cos’è? Un omaggio alla tua famiglia? La nostalgia dell’infanzia? Un modo per definire meglio chi sei partendo dagli affetti?

alessandro cortini avanti«Sicuramente tutto ciò che hai elencato: prima di tutto è un omaggio alla mia famiglia, senza la quale non sarei la persona che sono oggi. C’è anche un po’ di nostalgia, principalmente per quei tempi spensierati di quando ero bambino. Penso che siano momenti comuni a chiunque ascolti il disco o veda il concerto. Il fatto che siano ricordi personali è secondario in quanto secondo me sono emozioni universali».

Nonostante i tanti anni passati in America, senti un legame ancora forte con l’Italia?

«Di recente mi sono trasferito di nuovo in Europa, a Berlino. Certi valori erano impossibili da trovare a Los Angeles. Sento un legame con la mia famiglia e con amici con cui sono cresciuto, legami che sono ancora forti e presenti. Con il Paese italiano ho un rapporto di amore/odio, anche se devo dire molto meno odio più mi invecchio, magari un giorno tornerò ad abitare in Romagna, a Bertinoro, in una casa di campagna a giocare a rubamazzo, ma per ora Berlino va meglio».

Fammi tornare al discorso che hai accennato su Los Angeles. Cos’è che non andava più lì?

«Los Angeles è principalmente una città dove si lavora e si rincorre una passione, con meno tempo e forze dedicate ai valori tipo famiglia e cose simili – o almeno è così che l’ho vissuta io. Ognuno è un po’ per le sue, intento alle proprie fortune, che è un discorso che ha funzionato per un certo periodo della mia vita, ma invecchiando, come ho detto, certi valori incominciano a mancare».

Torniamo al disco. A livello emotivo, riesce a comunicare molto all’ascoltatore. Colpiscono i differenti stati d’animo che suggerisce, fra cui sofferenza e malinconia. Il creare questo lavoro ti ha provocato sofferenza e malinconia in alcuni passaggi?

«Non tanto il crearlo, che è stato abbastanza veloce, ma sicuramente il suonare in concerto ogni volta mi rende sicuramente molto emotivo. A volte piango anche io, e sinceramente ne sono molto contento in quanto dovrei piangere molto di più. Fa bene piangere».

Tu che sei un appassionato del genere, che periodo storico sta attraversando l’elettronica? Mi spiego: sembra che le cose migliori siano già state fatte e che il recupero o la trasformazione del passato sia l’unico modo, oggi, per dire qualcosa di nuovo.

«Da vecchietto, mi trovo d’accordo con te. Le cose migliori sono già passate, e l’abilità di riproporre il passato in maniera egregia è il nuovo “innovare”».

Che ascolti consiglieresti a chi ha voglia di approfondire l’argomento?

«Più che raccomandarti musica, eccoti un libro, è di Mark Fisher, si intitola “Capitalist Realism: Is there no alternative?“».

Dalla ormai tua lunga collaborazione/amicizia con Trent Reznor e anche con Atticus Ross cos’hai imparato sia a livello umano sia a livello professionale?

«Ho imparato ad essere me stesso e a non aver paura di esserlo, indipendentemente da quello che la gente possa pensare o dire sia a livello professionale che umano».

Tu che lo hai visto declinato in mille forme negli ultimi anni, cos’è il successo? 

«Per me il successo è essere felici facendo ciò che piace fare, con le persone con cui esiste una affinità. Sembrerebbe facile ma non lo è».

Perché?

«Perché siamo abituati a credere che per ottenere quello che vogliamo si debba soffrire. Ti faccio un esempio a livello musicale, per semplificare parecchio: un “first take” o una idea registrata così, su un portatile, non viene quasi mai considerata una forma finale, ma una demo o simile, anche se a livello emotivo è già tutto presente. Ecco, a volte la semplicità è la cosa più difficile da raggiungere».

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