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ALESSANDRO GRAZIAN «Non mi sono mai sentito veramente parte della scena indipendente italiana»

“L’età più forte” è il quarto album nella carriera di Alessandro Grazian. Le canzoni abbracciano un ventaglio ampio di temi, sono state scritte una volta concluso il tour di “Armi” in un arco di tempo relativamente breve e rappresentano perfettamente le tante sfaccettature (umane e artistiche) che il cantautore ha imparato ad assecondare e coltivare (complici le svariate esperienze e collaborazioni degli ultimi due anni). Scopriamo alcune curiosità legate al nuovo lavoro dell’artista nato nella provincia padovana.

 

Nel nuovo disco citi spesso la religione. Che rapporto hai con essa e Credi?

«Direi che a parte tirare in ballo Satana (che comunque non me lo immagino con corna, piedi caprini e coda) non mi pare di citare spesso la religione o almeno non consapevolmente. Ho avuto un’educazione religiosa, questo sì, che mi ha trasmesso valori ma anche perplessità. Direi che il mio rapporto con la religione ora è di rispettoso distacco».

Trasferendoti a Milano cos’hai trovato di nuovo e cos’hai perso?

«Ho perso quello che volevo perdere ovvero solitudine e ingenuità. Ho trovato nuovi stimoli».

Il mio nuovo compact? Non si tratta di un disco che mi è sfuggito di mano ma di un lavoro che, a conti fatti, ho desiderato così fin dall’inizio

A scherzarci sopra, si potrebbe dire che ti sei fatto pagare in anticipo dai fan un disco che molto probabilmente li ha spiazzati. Fin dall’inizio ti è stato chiaro il percorso che avrebbe imboccato il nuovo lavoro?

«Sì, sapevo dovevo volevo arrivare, non si tratta di un disco che mi è sfuggito di mano ma di un lavoro che ho desiderato così fin dall’inizio. Preciso che la campagna di crowdfunding è stata fatta non per registrare e produrre il disco (queste spese le ho sostenute io personalmente) ma per affrontare le spese di promozione e stampa. Se i raiser siano rimasti spiazzati o meno non lo so, bisognerebbe chiederlo a loro, io posso dire che per ora ho raccolto impressioni molto belle e un’ottima accoglienza».

Se quello precedente era stato “il disco più sincero che potessi fare”, quello attuale cos’è?

«Il meno falso che potessi scrivere».

Nel nuovo album ondeggi tra stati d’animo differenti. E risulta difficile dunque capire se la vita che fai ti rende felice o se in qualche modo ti sta limitando…

«Lo svantaggio di fare il cantautore è che c’è una sovrapposizione tra quello che uno scrive e quello che uno vive, e invece io speravo con questo disco di scansare queste forche caudine dell’identificazione e riuscire a distaccarmi un po’ dall’Io che narra. Comunque racconto gli stati d’animo più inquieti quindi è normale che ne esca un ritratto un po’ nebuloso e in fondo mi piace così».

Vista da vicino, la scena indipendente italiana è più deludente oppure più stimolante, oggi? E’ un modo come un altro per chiederti se rimpiangi gli ascolti della tua primissima gioventù…

«Non mi sono mai sentito veramente parte della scena indipendente italiana. Da ragazzo mi riconoscevo di più nella musica che si produceva di quanto mi ci riconosca ora, ma forse è solo un problema di età».

Morricone e Cobain sono tra i tuoi punti di riferimento. Giocando con queste due icone, posso chiederti se c’è un film che hai visto di recente che ti sarebbe piaciuto musicare e chi è, oggi, l’artista che maggiormente si avvicina all’estetica musicale di Cobain?

«Oddio, non mi pare di avere mai affermato che Cobain sia un mio punto di riferimento. Gli ho voluto tanto bene, questo sì. La sua estetica è fondata su ingredienti (semplicità, profondità, irruenza e torbidume) che non vedo molto in giro, soprattutto a fronte del fatto che i belli e dannati non sono più di moda (almeno in Italia) e non vorrei illudermi che la maggioranza della gente ami qualcosa anche se non è di moda. Quanto al film, l’altra sera ho rivisto al cinema “Barry Lyndon”. Si sa che il film ha una colonna sonora non originale e mentre lo rivedevo per gioco pensavo che sarebbe bello scriverne una apposta (Kubrick non approverebbe). Potendo sognare, vale la pena esagerare».

Spesso tendono ad accostarti a Lucio Battisti. Certi paragoni ti imbarazzano? Ti gratificano? Non ci badi?

«È la prima volta che mi sento paragonato a Battisti… sono sempre l’ultimo a sapere le cose. Mi fa piacere, mi imbarazza, mi gratifica e in fondo non ci bado».

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