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ANDREA APPINO «I poveri non lasciano mai niente, neppure quello che hanno»

«Non voglio essere un cantautore generazionale, anche se questa generazione è più facile cantarla piuttosto che raccontarla in prosa». Il pisano Andrea Appino ha con Genova un feeling speciale: «L’aria della Superba, per me, è aria di casa: mia nonna finì per lavorare in via Prè quando fuggì dalla Sicilia con non si sa bene chi. Mia madre è cresciuta a Genova e poi è andata a vivere a Carrara. E non è finita qui: devo Andrea all’omonima canzone di Fabrizio De Andrè. Insomma, c’è tanto di genovese tra i risvolti della mia vita».

Nel tuo album d’esordio – “Il Testamento” – parli della tua famiglia. Che reazioni ha suscitato nei tuoi genitori?

«A mia madre è abbastanza piaciuto, mio padre credo sia fiero di me ma con lui è tutto più complicato, vive in un mondo suo, soffre di certe malattie che oggi sono fuori moda, ovvero quelle mentali. Comunque oggi sta meglio di ieri. Non so se ha capito tutto il disco: ho provato a spiegarglielo, parliamo spesso».

Sei cresciuto in una famiglia povera. Cos’hai imparato dalle tue radici?

«I poveri non lasciano mai niente, neppure quello che hanno».

Cioè?

«Se sei povero, lasci la tua povertà a chi non ha spazio per metterla in nessun posto, quindi quel poco finisce per essere buttato comunque via. Se invece stai bene, quello che lasci di materiale può finire all’interno di una grande casa ed essere conservato nel tempo. “Il Testamento”, alla fine, vuole evitare che certe storie di poveri finiscano nel nulla, anzi, hanno trovato il loro spazio e resteranno per sempre nel disco».

In casa mia Faber è sempre piaciuto tantissimo, però dal punto musicale non mi ha mai entusiasmato. La sua forza erano le parole, quei testi fra i migliori dell’ultimo secolo

Saltiamo da una generazione – quella dei tuoi genitori – alla tua. Come ti vedi in quest’epoca?

«Per tanto tempo ho lavorato da subordinato, mentre negli ultimi anni ho avuto la fortuna di vivere grazie al palco e al successo con gli Zen Circus. All’inizio non è stato facile accettare di riuscire a vivere con ciò che più amo, ho combattuto con tanti sensi di colpa, poi ho pensato: “Non devo sentirmi in colpa di niente, mi sono spaccato la schiena per questo lavoro”».

Senza De Andrè forse avresti un nome diverso?

«Forse sì. In casa mia Faber è sempre piaciuto tantissimo, però dal punto musicale non mi ha mai entusiasmato. La sua forza erano le parole, quei testi fra i migliori dell’ultimo secolo».

C’è in giro il nuovo De Andrè?

«Certo che c’è, ma nessuno se lo sta filando. Il nuovo De Andrè sta vivendo come il primo De Andrè, quello che nessuno considerava. Perché diciamolo: tutti si sono avvicinati al mito di Faber quando è morto, mentre per anni è stato snobbato. Quindi il De Andrè di oggi esiste ma lo stiamo snobbando».

Forse sta facendo rap il nuovo De Andrè…

«Potrebbe essere. I rapper di oggi cantano la loro generazione con un linguaggio che, può piacere o no, fa presa sui giovani. Questa generazione sta cantando la propria quotidianità col rap. Il punk di trent’anni fa è il rap di oggi».

Della vittoria al Premio Tenco 2013 cosa ti è rimasto?

«Un cellulare intasato di messaggini e la bella soddisfazione di aver ricevuto un riconoscimento così importante per il mio lavoro. Io non faccio parte di quelli che snobbano i premi, anzi, sono una bella cosa».

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