IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
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ANGELO SICURELLA

ANGELO SICURELLA

Angelo Sicurella

Angelo Sicurella, classe 1981, è un cantante e un musicista impegnato nell’ambito della musica elettronica, del synth pop e della musica sperimentale; nella combinazione di materiali musicali del repertorio della musica classica e della musica sacra e profana con la musica elettronica. Sulla sua cinquina: «Quando chiedono agli altri le cinque o le prime tre o la classifica di qualcosa, quali le canzoni o i film o i libri preferiti, mi chiedo sempre come faccia la gente a tirare su il podio delle cose che preferiscono. Io non riesco ad avere neanche un colore preferito. Chiedermi delle cinque canzoni preferite in questo momento è diverso dal chiedermi con quale macchina mi sono trovato meglio a guidare nella mia breve esperienza da guidatore. Si avvicina di più al chiedermi quali siano i miei cinque peli che più mi rappresentano o i miei cinque sassi preferiti nella costellazione di vegetazione della mia campagna in cui abito. Per cui preferisco raccontare cinque storie legate a cinque brani». Di seguito le sue 5 canzoni consigliate…

Pan Sonic – Uranokemia

Non molto tempo fa stavo a Bologna. Mi ricordo di queste giornate in cui non si sapeva mai se si tornava a casa propria o se ci si infilava in un buco di casa di sconosciuti a conoscere più gente di quella che già si era conosciuta in strada. In quel periodo giocavo con i primi programmini di musica elettronica e sintetizzatori virtuali, un po’ come fanno oggi i ragazzini con la Playstation. Quella sera suonavano i Pan Sonic. Un duo che mi ha instradato verso il mondo dell’elettronica. Loro facevano uso anche di strumenti autocostruiti, pedalini, distorsori, ecc. e la serata era in un teatro occupato fuori porta. I Pan Sonic avevano una capacità di generare delle basse frequenze che certe volte ti tremava così tanto lo sterno che sembrava una catarsi biblica in attesa di levitazione sopra i tetti delle case della periferia. A un certo punto, in uno di questi bassoni lenti e profondi, tutti cominciarono a guardare verso l’alto. C’era una di quelle reti di protezione tra il tetto e noi. E mentre guardavo le teste della gente mirare su, mi arrivò qualcosa in fronte: erano pezzi di intonaco che cadevano come una sorta di ostie dal tetto del teatro, una divinazione in coriandoli bianchi, una nevicata a cielo chiuso. Il basso si fece ancora più profondo che lo sterno di ogni corpo abbracciava le coste di ogni petto. Lo immaginavo a occhi chiusi, nascosto tra i polmoni e il cuore. Ci fu gente che cominciò ad andare a destra e a sinistra fin quando il basso non rientrò, scivolando sotto una morbida costruzione sonora e tutti capirono che non era stato il terremoto, né che fossero arrivati alieni. Stavano suonando i Pan Sonic.

Karate – Sever

Una sera, insieme a un pugno di amici, siamo andati a vedere una band che in quel periodo, parliamo del 2003, faceva da colonna sonora a diverse cose del quotidiano: ai piatti sporchi, agli amori illusi, disillusi e non corrisposti, al terzo piano da cui ci sporgevamo sfidando la forza di gravità, a tante altre cose. Eravamo in quattro e stavamo in una casa che sembrava un campo di accoglienza. C’era sempre gente di passaggio raccattata un po’ ovunque e gente di strada che si fermava per uno, due giorni o per una, due settimane o anche di più. Un bel casino, insomma. Conoscevamo un botto di gente anche per questo motivo. E quella sera lì, di ritorno dal live di questa band che ci piaceva parecchio, salimmo sull’autobus notturno per fare ritorno a casa. Io mi sono appoggiato al matto del bus, un tipo che contava ogni giorno, a tutte le ore e su tutti gli autobus, i numeri che gli vagavano nelle orbite della mente; e li contava ad alta voce: ottantadue, novantuno, cinque, settantaquattro, ventinove, ecc. Mi adagiai su di lui, mi addormentai mentre contava e poco dopo fui svegliato da urla di gente, come se mi trovassi in una platea che applaudiva le prodezze di un saltimbanco. Sgranai gli occhi e un tipo rastone, con un una girandola di capelli in testa, cacciò una fiamma dalla bocca stile fachiro. Aveva messo in bocca del petrolio e lo aveva soffiato di fuoco. Dentro l’autobus. Alle due del mattino. Seguì un fortissimo applauso, lo stesso che mi aveva svegliato poco prima. Il tizio accanto a me vomitò di getto di tutta risposta. L’autobus si fermò e di fronte c’era la fermata di casa mia. La band del concerto che avevamo visto quella sera si chiama Karate e una delle canzoni che mi piaceva di più era questa qui.

Ruins – Pig Brag Crack

In tutta la vita svolta finora, ho sempre avuto una attività vocale collaterale a quello che faccio. Una ricerca legata alla sperimentazione sulla voce che in certo periodo culminò con la conoscenza di Barre Phillips, in una scuola popolare di musica, dentro la quale continuano a gravitare musicisti di raro talento. Non dimenticherò mai quando tornai a casa con Filippo, un amico fraterno, compagno di corde e di rumori, quando mi disse “…ho deciso di abbandonare la chitarra”. Lui!? Abbandonare la chitarra? L’indomani, alle quattro del mattino, provenivano un sacco di rumori strani dalla cucina di casa ed era proprio Fil. Aveva smontato tutti i pedalini e gli apparecchietti che usava sulla sua chitarra per attaccarli a un televisore. Aveva cominciato a suonare il televisore. E da quel momento, per svariati mesi, Filippo ha suonato solo quello. Mi ricordo che con Fil, in quel periodo, insieme a tantissime altre robe, ascoltavamo spesso questo duo folle.

Mississippi Fred McDowell – Shake ‘Em On Down

Quando arrivammo a quell’incontro, uno più disadattato dell’altro, Fil era ritornato alla chitarra. Barre Phillips era un uomo alto, magro, con lo sguardo da grande saggio, molto intenso e profondo. Aveva 71 anni allora. C’erano un sacco di jazzisti che sparavano note free jazz Coltrane pun-pun-parapapapà che Phillips fermò tutti e disse: “Giochiamo a carte”. Prese un mazzo da poker e cominciò a tirare fuori delle carte organizzandoci in gruppi secondo il suo metodo. Cominciammo a conoscerci tutti suonando l’uno con l’altro e ogni formazione che subentrava aveva il compito di tirare fuori quella che stava suonando. C’era un ascolto molto alto. Diventammo un’orchestra di 27 elementi. Ognuno di noi aveva un personaggio inventato e ogni personaggio aveva una firma musicale di non più di due note. Nessuno utilizzava scale convenzionali. Non si utilizzavano scale musicali riconducibili a qualcosa di confezionato. Cominciavamo a guardare col binocolo quella che era la strada dell’improvvisazione radicale. Io ero il gatto-scimmia. Quando tornavamo a casa mi chiudevo in stanza e passavo in rassegna qualche classico del blues e ogni tanto mi capitava tra le mani lui e mi sembrava una benedizione.

Jeff Buckley – Satisfied Mind

Palermo ha le luci accese anche di notte, anche quando tutto sembra spento. C’è sempre qualcosa di acceso, come le stelle. Le macchine si perdono nel mare della notte. A un certo orario tutto si affievolisce in prossimità della luce dell’alba. Tu ti trovi insieme agli altri, sulla torretta vicino al faro di Capo Gallo, una beata riserva naturale di fianco a Mondello. Il mare sembra fatto di gelatina che se ti ci tuffi rimbalzi come su di una montagna di crème caramel blu. Le dita si avvicinano. Le prime luci cominciano a delineare i confini delle sabbie e del mare vivo. Respiri e respira la terra. I piedi toccano la roccia e poi la sabbia che profuma così tanto che vorresti avere il modo di chiudere quel profumo in un barattolo per poterlo riassaporare dieci anni, vent’anni dopo. Sono le luci dell’alba che sta per arrivare a portare i primi brusii dall’altro lato della riserva, non molto lontano da dove siamo adesso. Una piccola lambretta passa con la sua canzone napoletana a tutto volume. Dopo il silenzio.

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