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BABAMAN

BABAMAN «La mia è una missione, il mio intento è portare messaggi, comunicare»

Partiamo subito da “Vibrazioni positive” (Trumen Records). La prima cosa che voglio chiederti è relativa alla tua voce, che in questo album arriva ancora più matura rispetto al passato. Cosa c’è dietro?

«C’è che studio i maestri del reggae – spiega Babaman – e lavoro costantemente sulla mia voce e sull’evoluzione del mio stile, ascolto tanto reggae… everyday».

Come hai lavorato tecnicamente sulla stessa nel passaggio dal rap a suoni più caldi, quali difficoltà hai incontrato nel riadattare la tua voce?

«Tecnicamente il passaggio che feci anni fa dal rap al reggae fu un salto nel buio, la reggae music è cantare, ci sono innumerevoli stili possibili, dal roots al soca passando per dancehall e raggamuffin. Insomma, mi sono rimboccato le maniche e mi sono messo a studiare, sto ancora studiando e non credo che smetterò mai o mi sentirò mai “arrivato”».

La Fede mi ha dato la giusta chiave di lettura per interpretare la realtà e ciò che accade intorno a me. Grazie a Jah Rastafari ho la comprensione spirituale che mi permette di capire quali sono i miei veri bisogni e di conseguenza capire anche il prossimo

L’album ha tante atmosfere positive. Facile però che vada in mano anche a giovani che del loro futuro immediato non hanno una visuale propriamente ottimistica. Nelle difficoltà, cosa ti ha spinto nella vita a mantenerti positivo e ottimista nei confronti del domani?

«Rastafari. La Fede mi ha dato la giusta chiave di lettura per interpretare la realtà e ciò che accade intorno a me. Grazie a Jah Rastafari ho la comprensione spirituale che mi permette di capire quali sono i miei veri bisogni e di conseguenza capire anche il prossimo. La spiritualità è carente in questo mondo ma non dimentichiamo che un corpo senza spirito è un corpo morto. Io non sono uno zombie di Babilonia».

Mi ricollego alla domanda sopra perché vorrei chiederti di parlare di “Credere nei sogni”, che è forse uno dei brani-manifesto del disco. Hai mai pensato che la strada della musica fosse sbagliata?

«Assolutamente no. La mia è una missione, il mio intento è portare messaggi, comunicare. Chi fa il mio mestiere deve dormire con un occhio chiuso e l’altro no, queste sono le regole di questo gioco e poi non conosco nessun grande artista che non sia frutto di un duro lavoro. Personalmente ho avuto chiaro da subito cosa volevo fare, dove volevo andare. Subito dopo ho cercato di capire cosa mi separava dalla meta. Il resto è solo tanto lavoro e perseveranza».

Con Nandu Popu dei Sud Sound System avete scelto di affrontare tematiche legate all’ecologia. Ma nel concreto, cosa possiamo fare per tenere in ordine il nostro pianeta?

«Come ti dicevo prima è necessario un ritorno alla spiritualità, serve amore per essere felici. Amore verso se stessi, verso il prossimo e verso il nostro pianeta. Noi saremmo naturalmente in armonia con il pianeta in quanto abitanti per natura di esso, il problema è che non ci basta mai. Siamo diventati un virus che logora il pianeta, abbiamo dimenticato che un virus muore sia quando viene curato che quando uccide il paziente».

Nandu è un grande appassionato di bici. Condividete questa passione? 

«Sì, ogni tanto esco in Mtb o BMX per le strade di Milano e faccio un po’ il pazzo con il mio socio Kian (Golden Bass Sound). La mia vera passione sono le moto, giro in pista da anni con le pitbike. Adrenalina, ginocchio a terra e tanto gas per distrarmi e allontanare lo stress che comporta un tour intenso».

Nel disco c’è qualche stilettata anche al Vaticano. Eppure con questo nuovo Papa le cose non sono cambiate?

«Lasciami fare una grossa risata, perché è davvero bella questa…».

In “Comprare il talento” attacchi i Talent Show. Che opinione hai invece di Sanremo?

«Sanremo dovrebbe essere il festival della musica italiana, a me sembra più il festival della musica leggera/pop. Ti voglio però fare un esempio relativo ai Talent Show: in Giamaica i concorrenti cantano cover di pezzi nazionali, cover di Gregory Isaacs, Bob Marley, Dennis Brown, Marvin Gaye. Da quei Talent sono usciti personaggi come Romain Virgo. Giochiamo a trovare le differenze con la nostra realtà?».

“Touch screen” chiude l’album e critica i social, i cellulari e le loro devianze. Come immagini il futuro? Nel senso, credi si andrà sempre più verso un isolamento collettivo oppure ci sarà di colpo un’inversione di tendenza e torneremo a vederci sulle panchine delle piazze?

«Penso che si tornerà su solo una volta toccato il fondo».

E’ curioso il tuo approccio al reggae. Mi spiego: la tua scelta di rielaborare e… italianizzare il genere parlando anche d’amore è stata vincente perché hai occupato uno spazio libero. Perché però in molti si ostinano a ricalcare fedelmente le orme di Bob Marley ponendosi in realtà solo come l’ennesimo clone del clone del clone?

«Non so dirti perché la gente fa quello che fa, posso però dirti che avere la presunzione di far tuo uno stile senza studiare i maestri non porta a nulla. Lo stile di un cantante viene basicamente dal suo gusto e dalla sua cultura musicale, in Italia molti ancora si ostinano a pensare che il reggae sia finito con Bob Marley. Io ho come obiettivo comunicare, per questo motivo utilizzo l’italiano, per questo motivo faccio musica cercando di non recitare i soliti slogan come un pappagallo ma con il mio stile che è frutto di studio e ricerca. Poi è anche vero che per esprimere concetti intelligenti questi concetti bisogna prima averli in testa».

Nell’album dici chiaramente che non vai a votare. E’ il modo più efficace per indicare ai politici che la strada imboccata è quella sbagliata oppure è un gesto fine a se stesso?

«Votare è un gesto di fiducia e questi politici non ispirano certo fiducia. Inoltre la politica è un reame che, in quanto rasta, non mi appartiene. Anche noi Rastafari, come altre religioni, ci asteniamo dal mischiarci alla politica. Non ci è permesso».

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