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BABAMAN

BABAMAN «Purtroppo oggi in Italia vedo poca musica e tanto business»

Si intitola “Un minuto in più” il nuovo singolo di Babaman, primo estratto da “Vibrazioni positive“, il nuovo disco dell’artista rastafariano in uscita il prossimo autunno. Il singolo, così come poi toccherà all’album, è stato pubblicato da Trumen Records, etichetta indipendente che ha appena dato il benvenuto a Babaman nel suo roster artistico.

Partiamo dal disco: è davvero finito o manca qualcosa?

«Sì, il disco è finito. Abbiamo pubblicato il primo singolo ed è stato subito accolto bene: io non sono un artista commerciale però i primi feedback sono stati positivi. Sono contento di essere underground e di raggiungere comunque dei numeri importanti».

Buonissimi numeri aiutati anche dalla scelta di un buon singolo. Il pezzo è innegabile: funziona già al primo ascolto…

«E’ un reggae lover molto classico, che in Italia magari può esser preso come una roba pop, leggera, però in realtà se uno conosce il reggae e conosce la musica da Bob Marley in poi, sa che si è sempre cantato d’amore. Tra l’altro, il mio deejay, qualche giorno fa, mi faceva notare che io e Brusco siamo gli unici che cantano d’amore nel reggae italiano».

Cosa ci sarà nel nuovo disco?

«Ci saranno dei pezzi d’amore molto belli e molto maturi a mio avviso, ci sarà spiritualità come sempre e ci sarà anche protesta sociale, perché ogni tanto mi brucia e quindi devo scrivere delle frecciatine a qualcuno».

Ci saranno ospiti?

«Sì, c’è un ospite che è Nandu Popu dei Sud Sound System: con lui c’è un bel rapporto, ci conosciamo già da un po’, la collaborazione tra noi è venuta fuori in maniera molto naturale e sono contento del risultato finale, perché abbiamo dato vita a un brano con una bell’atmosfera un po’ hip hop».

“Vibrazioni Positive” sarà il titolo del compact. Perché questa scelta?

«Perché è proprio quello che l’album vuole esprimere. E’ un disco positivo, da rilassarsi, sedersi, fare un origami e ascoltarsi tutto d’un fiato il cd».

Pochi istanti fa hai citato Bob Marley. Quanto è attuale, oggi, il suo messaggio?

«E’ sempre attuale, perché Bob Marley parlava di Dio e Dio è sempre attuale, la spiritualità è sempre attuale, non è una moda che passa, semmai sono le cose attuali che passano. Bob Marley parlava di vita, parlava della realtà; svaniscono invece le cose non reali, come i social network e altre cazzate che crediamo siano fondamentali e invece non sono altro che cose superflue. Marley è diventato un mito perché ha raccontato una realtà che ancora oggi riecheggia».

La tua fede nel Rastafarianesimo quanto ti ha cambiato?

«Direi totalmente, profondamente e radicalmente. Io prima ero proprio un’altra persona. Non voglio arrivare a dirti che ero un delinquente, però sono cresciuto nelle case popolari, stavo in una compagnia di Milano Nord, non è che andavo dalle Orsoline a scuola. Credo che questo lavoro mi abbia aiutato tantissimo a non scivolare in vie sbagliate e poi il mio percorso spirituale ha fatto il resto».

Io ho sempre fatto rap, reggae, e musica in generale, per sentire quella vibrazione positiva che arriva un istante dopo che stacchi la bocca dal microfono. Un po’ come quando fumi e butti fuori l’aria dai polmoni e c’hai il piacere della sostanza

Tu hai iniziato con l’hip hop. Oggi come reputi l’evoluzione del genere in Italia?

«Guarda, onestamente, oggi, io non vedo molto hip hop in Italia, vedo semmai tanto… pop. L’hip hop va cercato, ci sono ancora dei rapper forti e battaglieri, però ci sono anche un sacco di pagliacci in giro. Ti racconto questa: in passato c’era un sacco di gente che faceva musica per passione, perché ci credeva davvero, adesso invece è diverso: molte persone iniziano a fare il rap o a fare musica perché vogliono diventare personaggi famosi. Io ho sempre fatto rap, reggae, e musica in generale, per sentire quella vibrazione positiva che arriva un istante dopo che stacchi la bocca dal microfono. Un po’ come quando fumi e butti fuori l’aria dai polmoni e c’hai il piacere della sostanza. Io ho sempre fatto musica per stare bene, poi ovvio, ho sempre avuto il sogno di portare la mia musica all’attenzione di tanti, ma non ho mai preso il microfono in mano con l’obiettivo di diventare ricco o famoso».

Tempo fa sei stato protagonista di un dissing con Entics. Che ricordi di quella situazione?

«Più che… protagonista, permettimi di dire che ho subito il dissing ed ho risposto, perché non mi andava di fare la figura del fesso, anche se dall’altra parte avevo una persona senza grossa caratura e infatti non si sente manco più. In generale, i dissing che vedo io oggi servono solo a fare i classici “fuochi di paglia”: per un mese vai in radio, prendi una valanga di click sui social, ma onestamente quanta arte ci può essere in due persone che cercano di farsi pubblicità a vicenda in questo modo? Insomma, come ti dicevo prima, per me la musica è altro. Purtroppo oggi in Italia vedo poca musica e tanto business».

E anche poca qualità. Ma come si distingue un progetto autentico da uno fasullo?

«Se una persona vuole capire se sta ascoltando musica buona o cattiva deve capirne di musica. Non ci sono grosse scorciatoie. Devi avere una certa cultura sul tema. Come tutti sappiamo, ci sono Paesi che sono molto più sensibili del nostro sul tema della cultura e ci investono parecchio, mentre qui da noi in Italia la situazione la conosciamo un po’ tutti».

Mi incuriosisce molto il tuo rapporto coi social, perché hai quasi mezzo milione di fans su Facebook eppure non ami certe piattaforme…

«Sì, ho mezzo milione di click su Facebook ma non li ho fatti io. Io sto lì perché ci sono gli altri, io sono dove c’è la gente. La gente prima era in strada e io facevo volantinaggio con la mia faccia sopra, adesso la gente è su Internet e quindi mi trovi su Internet. Però attenzione, io non sono contro i social, a me dà fastidio l’uso che se ne fa, mi dà fastidio che taluni usino i social come se fossero un’espressione diretta della vita reale, non mi piace la rincorsa spasmodica al “like”, la trovo stupida. Posso farti un esempio concreto?».

Certo…

«In Italia se vai in un bar e vedi una cosa strana in tv e ti giri verso una ragazza e le dici “…cavolo, hai visto cos’è successo?!”, molto probabilmente questa ti guarda storto, si gira verso le amiche ed è facile sentirla dire: “…ma questo che cavolo vuole? Chi è?!”. Poi magari è la stessa persona che su Facebook ha mille amici che manco conosce e che cerca un fidanzato lì dentro».

Visti dal palco come sono i giovani di oggi?

«Non li vedo mai tutti – sorride Babaman – perché c’hanno sempre il telefonino davanti. Ogni tanto vorrei che abbassassero il telefonino e si guardassero il mondo che hanno attorno e magari che andassero a vedere un concerto per godersi lo spettacolo senza essere ossessionati dal riprendere ogni istante dello show col cellulare».

Pensi abbiamo ideali?

«Credo di sì. Io non sono uno di quelli che “…ai miei tempi i giovani erano migliori”. Oggi ci sono persone stupide come ce n’erano quando ero adolescente io. Per tornare al discorso di prima, vorrei usassero i social con maggiore attenzione e lasciassero perdere la corsa al “like”, tanto se non lo fai per lavoro, a che cazzo ti serve avere una valanga di “like”? Se sono una bella figa e ho un milione di “like” su una foto, ma che cosa ci guadagno?! Tu che fai la foto con le tette di fuori e la posti su Facebook, cosa cavolo ci guadagni a collezionare “like”?! A me sembra tutta una roba assurda, e se è una questione di autostima, allora ragazzi, la situazione è grave. Nel nuovo disco ci sarà spazio anche per questo tema…».

Dimmi la tua sui Talent…

«I Talent sono una trovata geniale. Pensaci per un secondo: una volta bisognava pagare il Mike Bongiorno di turno, la valletta, i concorrenti e persino il pubblico per creare un programma, invece oggi abbiamo trovato il modo per non spendere una lira. Perché col Talent dico a te, che sei a casa sulla poltrona, di venire qua a far parte del programma, ovviamente gratis. Quindi siamo noi italiani a creare lo show, perché noi ci partecipiamo, noi ce lo guardiamo, noi ce lo compriamo e noi lo vendiamo. E’ una furbata pazzesca».

Devi pagare solo i giudici…

«Sì, ma credo che pure su quelli ci sia una corsa al risparmio pazzesca».

Quindi i Talent siamo noi?

«Guarda, è come se io fossi il tabaccaio e ti dicessi “…ah, vuoi il pacchetto di sigarette? Va bene, dietro c’è il campo, vai a piantare il tabacco, lo fai crescere, poi rolli le sigarette, le metti nel pacchetto, mi dai i soldi e ti porti via le sigarette”. Come mi guarderesti?».

Male…

«Eppure è diventata la normalità. Ma sai qual è la cosa più grave? Che di artisti usciti dai Talent con una prospettiva di carriera io non ne vedo, perché la gente non vuole solo la musica, vuole avere anche stima del percorso artistico di un cantante. Io non seguo Vasco Rossi, ma al di là di tutto, ha una credibilità data dal suo percorso artistico. Che credibilità vuoi che abbia uno che è uscito da un Talent?! Guarda, mi tocchi sul vivo, a me ‘ste cose fanno girare parecchio i coglioni, perché ‘sta gente che crea i Talent ruba i sogni alle persone. Per imparare a fare il rap, il rock, il reggae o altro, ti devi fare il culo per un botto di anni, non pigliamo in giro le persone prospettandogli scorciatoie convenienti».

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