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BASSI MAESTRO «Sento tanti ragazzi, bravissimi a rappare ma mi sembrano tutti uguali»

C’è chi il rap lo fa, chi lo supporta e c’è chi (in Italia) lo ha quasi inventato. E’ lunghissima e piena di collaborazioni la carriera di Bassi Maestro. Ed è una carriera in continuo rinnovamento. Che negli ultimi tempi si è arricchita con un nuovo progetto: “Com Era” è infatti la nuova etichetta indipendente e autodistribuita dello storico rapper milanese. Ma c’è anche il web: «Il mio nuovo sito www.downwithbassi.com è il mio modo di allontanarmi in parte dai social network, per sfruttare uno spazio che sia mio e non di qualcun altro».

La prima cosa che ti voglio chiedere è relativa a Milano: quanto è cambiata in questi anni? E’ una città in grado di ispirare gli artisti?

«Non ti saprei dire quanto è cambiata a livello di fattore “ispirazione”, di sicuro è una città stimolante e che riesce a tenerti costantemente sotto pressione. Quando fai musica quotidianamente è importante tenere alto anche lo spirito di competizione per non sedersi sul lavoro già fatto».

Tu hai attraversato diverse epoca del rap in Italia. Quella attuale, che epoca è?

«E’ l’epoca in cui il rap è stato sdoganato, accettato e anche fagocitato dai media, credo che l’hip hop non abbia più molto da offrire da un punto di vista di innovazione. Ci sono sempre evoluzioni ma è difficile inventarsi qualcosa che non sia già stato fatto o proposto. Diciamo che è un ottimo periodo per far capire a chi non lo sa ancora che il rap in Italia è qui per restare».

Dalla vittoria di Moreno ad “Amici” sino alla partecipazione di Nesli all’ultimo Sanremo o di Rocco Hunt a quello scorso, sembra che il rap sia ormai diventato imprescindibile in tv. Aggiungo anche J-Ax e Fedez come giurati nei Talent. Ti chiedo se è un bene per il rap questa sovraesposizione mediatica.

«Non so bene, non seguo tanto, non ho nemmeno la tv e quindi non ho mai guardato nessuno di questi Talent, l’ultimo Sanremo che ho visto è quello in cui ho partecipato ormai quasi 15 anni fa con Syria. Per cui ti dico solo che ognuno può scegliere i canali promozionali dove è più a suo agio (Rocco ha fatto un’ottima figura anche fuori dal suo contesto) senza avere problemi o rimorsi. L’unico mio rammarico è vedere che alla fine chi porta a casa la fetta grossa dei soldi e dei meriti è sempre chi manovra da dietro le quinte. Rispetto gente come Salmo che fa il suo business stando lontano da certi scenari tristi e ormai fatiscenti».

Quali sono i rapper che in questo momento stanno portando qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco, alla scena italiana?

«Di nuovo, direi nessuno. Tutti ci ispiriamo a qualcosa. Di fresco non saprei. Sento tanti ragazzi, bravissimi a rappare ma mi sembrano tutti uguali. Forse il duo che incarna meglio il gusto new school e la tecnica al momento sono Gemitaiz e Madman, hanno una bella personalità forte e quando ci si mettono scrivono molto onpoint».

I miei suggerimenti? Essere sempre se stessi; non copiare gli stili altrui; imparare a scrivere dei concetti e delle storie in rima, sfruttando stile, metriche e flow

In “Rock On” dici: “Venti rapper qualunquisti non fanno un rapper bastardo”. Oggi sembra che tutti i rapper arrivino dal basso, dalle “popolari” o direttamente dal Bronx. Come si fa a capire se dietro un progetto c’è un artista credibile oppure se è tutta finzione?

«Se ascolti e capisci il rap, automaticamente sai se chi sta cantando è genuino o si sta atteggiando, è una cosa che acquisti col tempo e la passione per l’ascolto. Consiglio ovviamente sempre di non limitarsi al rap italiano, è come andare a cena al “Savini” e limitarsi a leggere il menu degli antipasti».

In un’intervista hai detto: “Chi si approccia all’hip hop lo vede come una moda, è la musica di moda del momento e quindi è facile fare hip hop oggi perché tutto è servito sul piatto e si è persa la concezione di quello che realmente è a livello culturale”. Senti nostalgia per gli Anni Ottanta e Novanta? 

«Non sento nostalgia, li ho vissuti e sono felicissimo di averlo fatto. Se penso che quando sono usciti i primi dischi di Beastie Boys, Public Enemy, Snoop Dogg, Wu-Tang Clan, Biggie, Nas, A Tribe Called Quest io avevo tra i 15 e i 20 anni credo di essere tra i più fortunati di sempre, il periodo migliore di espansione e sviluppo del rap. Ora si guarda avanti e si ascolta quello che il mercato offre di buono, i dischi rap belli non mancano».

In Italia il dissing è rarissimo. Chi meglio di te può dirci se nell’ambiente siete tutti amici oppure se dietro a sorrisi di circostanza c’è altro?

«Con l’età quelli della mia generazione – almeno in buona parte – hanno imparato a mettere da parte le vecchie stronzate e godersi un po’ di più la vita e il fatto di essere ancora in giro a fare musica. Alla fine in qualche modo siamo tutti affezionati a quelli cresciuti con noi. I dissing sono sempre – dal mio punto di vista – una cosa triste e inutile. Spesso chi li usa adesso lo fa per riguadagnare un po’ di attenzione che ha perso: la cosa funziona per qualche giorno, ma alla fine vai in perdita. Il web e i media vivono di queste cazzate».

“Com Era” è la tua nuova etichetta indipendente e autodistribuita. Che percorso stai imboccando? Mi spiego meglio: le tue energie dove vanno in questo momento? Completamente verso l’etichetta? Verso un possibile nuovo disco? Insomma, cosa ti stimola oggi?

«Sto provando a fare delle cose che non ho ancora fatto. Come stampare in vinile dei concept musicali, delle collane, roba per pochi che (come il sottoscritto) sono malati di ‘sta cosa e la vogliono sostenere. “Com Era” non è e non sarà una fonte di guadagno o di espansione, ma una presa di posizione qualitativa sul mercato digitale che onestamente mi dà pochi stimoli. Voglio fare musica che rimanga, anche fisicamente, che non può essere cancellata dagli hard disk, e voglio farlo con gli stessi stimoli e procedimenti di vent’anni fa, quando era tutto più difficile. E’ una nuova sfida. Sto investendo anche tanto sull’aspetto live e sul nuovo show assieme ai Loop Therapy che abbiamo iniziato da pochissimo a portare in giro, ma che indubbiamente alza il livello. Impossibile fermarsi».

Hai un’esperienza tale che potresti tenere delle lectio magistralis sul rap. Vorrei però ti limitassi a tre consigli per chi inizia a fare oggi rap. Quali sono le 3 cose utili da tenere a mente?

«Essere sempre se stessi; non copiare gli stili altrui; imparare a scrivere dei concetti e delle storie in rima, sfruttando stile, metriche e flow».

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