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BELLADONNA The Orchestral Album

Quando prendi alcuni dei tuoi brani e li rimaneggi con un'orchestra hai (mediamente) tutto da perdere. Perché da un lato rischi di fare la figura dello "sborone", di quello che vuole darsi un tono e magari fare un passo più lungo della gamba, oppure rischi che il risultato sia penalizzante. Niente di tutto questo è toccato a "The Orchestral Album" dei Belladonna, che è un lavoro che piace prima di tutto per la sua... epicità. Sì, - l'album…

Score

QUALITA' - 77%

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BELLADONNA the_orchestral_album

Quando prendi alcuni dei tuoi brani e li rimaneggi con un’orchestra hai (mediamente) tutto da perdere. Perché da un lato rischi di fare la figura dello “sborone”, di quello che vuole darsi un tono e magari fare un passo più lungo della gamba, oppure rischi che il risultato sia penalizzante. Niente di tutto questo è toccato a “The Orchestral Album” dei Belladonna, che è un lavoro che piace prima di tutto per la sua… epicità. Sì, quasi tutti i brani hanno una sostanza che coinvolge moltissimo dal punto di vista emozionale, complice l’ottimo lavoro fatto sugli arrangiamenti – l’album è stato lavorato dall’arrangiatrice e direttrice d’orchestra kazaka Angelina Yershova, che ha co-prodotto artisticamente il compact con Dani Macchi, chitarrista e produttore artistico di tutti gli album dei Belladonna.

Sono lontanissimi i tempi di Zoo di Venere (il primo progetto di Luana Caraffa e Dani Macchi) e negli anni il modo di cantare di Luana è cambiato parecchio, si è affinato, e l’impegnativo confronto con l’orchestra restituisce oggi l’immagine di un’artista che sa interpretare magnificamente il repertorio e non cerca riparo comodo fra gli archi – in quest’ottica brani come “Maria Spelterini”, “Abduction” e “Morpheus” dicono molto. Insomma, davvero un bel lavoro, maturo, non pretenzioso e con pochi punti deboli, capace di esercitare fascino su un pubblico anche all’oscuro del percorso della band. E’ rock senza fronzoli e vestito bene.

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