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BIRTHH

BIRTHH «Non devo mai smettere di provare ad alzare l’asticella»

Nel 2016 il suo “Born in the woods” ha rappresentato una delle migliori uscite in ambito italiano. Musica inglese con respiro internazionale, ma Birthh è italianissima. Scopriamola in questa intervista.

Il tuo progetto ha ricevuto tantissime attenzioni nell’ultimo periodo. Tutte queste luci accese e queste belle parole ti lusingano, ti lasciano indifferente, ti motivano?

BIRTHH born in the woods«Mi fa molto piacere sapere che le cose che faccio hanno avuto un riscontro così positivo, anche se di indole sono più portata a dar peso alle critiche negative rispetto alle belle parole. Mi rendo conto che “Born in the woods” sia un buon punto di partenza, ma dopo un anno di esperienza di tour intensivo in cui mi sono affacciata al mondo della musica in modo serio, mi rendo conto che la strada è ancora lunghissima e che non devo mai smettere di provare ad alzare l’asticella. Sento una forte responsabilità nei confronti delle persone che lavorano con me a questo progetto e che hanno investito su di me, spero soltanto di essere all’altezza delle aspettative».

Sei giovanissima. In questa primissima parte della tua carriera, cos’hai capito sull’ambiente musicale italiano?

«Ho capito che se si canta in inglese si è svantaggiat*, che l’Italia è un luogo strano in cui c’è un gusto particolare per la critica gratuita e che spesso i paesini danno più soddisfazione delle grandi città. Oltre a questo però devo dire che mi piace questo ambiente, anche con i suoi difetti mi fa sentire a casa».

La tua musica ha tantissime fascinazioni diverse. In un negozio di dischi, vicino a quali artisti ti piacerebbe fosse collocata?

«Non ne ho idea, sono sempre stata in negozi di dischi in cui tutto è organizzato in ordine alfabetico».

In un’intervista hai detto: “Penso che uscire dall’adolescenza abbia qualche “effetto collaterale” comune: si comincia a scoprire se stessi e si sente molto il peso del futuro, ci si guarda indietro e ad un certo punto ci si rende conto di essere diventati adulti tutto in un colpo, senza forse essere pronti del tutto”. Per combattere le insicurezze può avere senso investire nei rapporti umani, secondo te, oppure è sempre meglio lavorare duramente su se stessi?

«Credo che i rapporti umani siano fondamentali per crescere, pensandoci bene per me molte delle ragioni per cui vivere diventa una bella esperienza nascono dal confronto (e il confronto non è una cosa che si può fare da sol*)».

Cosa ti porti dietro dei recenti concerti con Andrew Bird? Avete avuto modo di scambiare delle parole?

«Sono stati concerti molto intimi ed emozionanti per me, suonare da sola in teatro è un’esperienza molto diversa dal concerto classico con la band e il pubblico in piedi sotto il palco, al Dal Verme a Milano ho fatto tutto il primo pezzo con le mani che mi tremavano. Andrew Bird è impressionante, da solo ha tirato su un live davvero incredibile, dietro le quinte l’ho visto come una persona molto riservata e non ho voluto invadere i suoi spazi».

Che percorso vedi per il tuo futuro artistico? Ti immagini su un palco come quello di un Talent o di Sanremo?

«Diciamo che vorrei suonare in giro e fare sempre cose che mi emozionino, queste sono davvero le uniche cose che vorrei per il mio futuro. Non vedo il concetto di Talent come una possibile strada alternativa, non mi piacciono molto gli ambienti patinati in generale. Sanremo invece è una bella istituzione secondo me, anche se affidata forse alle persone sbagliate, in Italia ci sono tantissime penne interessanti, sarebbe bello vederci loro sul palco dell’Ariston».

Ancora inglese o italiano nel futuro?

«Per ora ho intenzione di continuare a cantare in inglese».

Sui Social interagisci moltissimo coi fans. Quanto è importante, in quest’epoca e in questa fase della tua carriera, curare la comunicazione e mantenere un contatto diretto con chi ti segue? 

«In generale secondo me adesso ci vuole un po’ di trasparenza nel rapporto con chi ascolta, io cerco di essere sincera al massimo, non vedo questo tipo di cura nella comunicazione come una “strategia” ma più come una voglia di creare un legame diretto con chi ha ascoltato il mio disco e ci si è riconosciuto (o più semplicemente ci ha trovato qualcosa di bello)».

Non hai paura dell’invadenza di qualcuno?

«Spesso capita che qualcuno sia invadente, in quel caso mi trovo sempre un po’ in difficoltà, c’è differenza tra avere un rapporto di empatia col pubblico e trovarsi a gestire situazioni in cui le persone si prendono qualche libertà di troppo; in generale però ne vale la pena, gli scemi ci sono sempre stati e fortunatamente ho avuto modo di conoscere più persone belle che persone brutte durante il mio percorso».

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