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BOBBY SOLO
Bobby Solo & Silvia Zaniboni

BOBBY SOLO «I soldi dei reality farebbero comodo ma preferisco guadagnarmeli suonando nei club»

Attraverso “Blues for TwoBobby Solo ha scelto di mostrare il suo lato blues con un album registrato in presa diretta. Lo ha fatto come si faceva una volta: due chitarre acustiche, voce, una scarpa a battere il tempo. Il tutto impreziosito dalla presenza di Silvia Zaniboni, giovane chitarrista.

Il nuovo disco è un viaggio nel blues, un genere che – a torto o ragione – in Italia da sempre viene considerato di nicchia. A te cosa affascina di questo tipo di musica?

«Sono riuscito ad arrivare al blues attraverso Elvis Presley. Mi sono innamorato della sua musica, che non è rockabilly, genere che trovo un po’ grottesco. Lui è riuscito a far trascendere “I Feel so Bad” e “Reconsider Baby”, pezzi di blues divenuti rock’n’roll. Ho sentito la riverberazione del blues nelle sue corde. Si tratta di una delle forme più emotive di musica. Può essere paragonata al flamenco spagnolo, alla musica cubana o a quella brasiliana perché diversa dalla musica sinfonica, è musica dei tempi che si vivono. Esprime disagio, malessere. E’ un genere che mi ha preso 15 anni fa. Sin dall’inizio sono stato dotato di buon senso ritmico, ma da 15 anni mi sono concentrato sui solo. Per “Blues for Two” ringrazio l’amico e produttore Max Titi che ha avuto l’intuizione di far suonare a me e Silvia un disco blues mentre stavamo giocando con gli strumenti. E anche l’approccio minimalista, chitarra/voce e poco altro, ha funzionato».

Com’è lavorare con un’artista così giovane come Silvia? 

«Per me è bellissimo lavorare con lei. Mi dà un grande entusiasmo. Nei suoi 22 anni vedo i miei. C’è una corrente tra noi, come se ci parlassimo. Nella vita normale parliamo poco, ma quando suoniamo comunichiamo. Non mi è mai successo con nessun chitarrista. Lei dice che io ho inventiva e creatività, io in lei vedo precisione e conoscenza della musica (ha 9 anni di studio alle spalle). Spesso lei decodifica gli accordi che faccio, me li spiega. Io però le mostro cose che su YouTube non si trovano. Diciamo che io sono l’ispiratore, lei la maestra».

Tu hai vissuto molte stagioni musicali. Che stagione è quella attuale? 

«Il computer si sta mangiando l’ispirazione. Ci sono troppe opportunità, lo vedo anche con mio figlio. Noi giocavamo con due pezzi di legno e inventavamo. Ora la situazione è più passiva. E’ tutto votato all’immediatezza e all’istantaneità. Prevedo un ritorno al suono analogico, con relativo ridimensionamento delle possibilità digitali. Purtroppo un plugin, per quanto bello sia, non avrà mai lo stesso feeling delle valvole. Chi ha i mezzi infatti, vedi StingMichael Bublé e altri, usa l’hardware, cioè gli oggetti veri, per produrre i suoni che cerca. C’è chi la pensa diversamente, ovviamente. Ma per me ci sarà un grande ritorno all’oggetto. Anche al vinile».

Quando hai iniziato tu era il rock a esercitare un grandissimo fascino sui giovani, adesso le nuove generazioni si esprimo con il rap. E’ un genere che desta la tua attenzione?

«Considero il rap americano e nero molto bello. Ci sono tematiche scottanti e parole brucianti, anche offensive. I rapper italiani invece mi sembrano filtrati e ammorbiditi. Perdono un po’ di efficacia. Le loro sono proteste da parrocchia. La lingua americana è più consona allo stile, ha tante consonanti. La lingua italiana è più melodica, ha più vocali. Il rhythm and blues ad esempio è un genere che può essere più adatto all’italiano. Il rap è molto economico: bastano un basso e una batteria».

La canzone di protesta esiste sempre?

«La canzone di protesta è stata abbandonata un po’ anche da Bob Dylan, purtroppo. Sarò cinico ma credo che anche lui abbia capito che contro i potenti c’è poco da fare».

Non hai mai ceduto al richiamo di reality come “L’isola dei famosi”, eppure credo che di offerte tu ne abbia ricevute a dozzine. Che opinione hai dei reality vip e dei Talent per emergenti?

«Io sono avverso ai Talent. Sembrano un tribunale di Norimberga. L’unico vero giudice dovrebbe essere il pubblico. I Talent invece schierano plotoni di cosiddetti esperti che giudicano come un tribunale. Poi questi artisti vengono standardizzati. Mai vedremo i nuovi Neil Young o Bono in un Talent. Oggi sono tutti belli: piercing, tatuaggi e quant’altro. Ma musicalmente sono “flat”, come si dice in America. Con la disintegrazione delle case discografiche penso ci sarà di nuovo libertà di espressione. Ma finché esistono questi filtri senz’anima sarà dura. Per quanto concerne i reality vip mi hanno offerto anche 300 mila euro per parteciparvi. Ma la mia dignità non ha prezzo. Vedere un uomo di 70 anni che va là (anche se io cerco di mantenere il mio fisico al meglio), credo sia una cosa triste e patetica. I soldi farebbero comodo ma preferisco guadagnarmeli suonando nei club».

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