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CABO

CABO «E' lo spirito dell’allievo che ti permette di “imparare” dall'ascolto di chi ti ascolta»

E=MC2” è il nuovo album de IlNero, la band di Gianluigi “Cabo” Cavallo: 11 tracce inedite di rock ruspante, scritte e prodotte dopo 9 anni di silenzio dalle scene musicali. Ma quando parli di “Cabo” finisci anche per parlare di successo, verità dietro la maschera e naturalmente dei Litfiba (è stato il frontman dal 1999 al 2006).

Parlami delle emozioni dietro questo ritorno. Che sembra quasi un ennesimo esordio. Che sapore ha la musica a 47 anni?

«Il potere della musica è proprio quello di non farti sentire la differenza di sapore nelle diverse età della tua vita. Quello che sento è una maggiore voglia di condivisione e di superare i limiti, ogni volta, in ogni live, in ogni disco. Chi possiede il meraviglioso “dono” di fare musica, ha il dovere di esplorare gli infiniti modi di comunicare (quello che sente) senza ripetersi. In due parole: osare sempre».

Con che spirito stai leggendo le prime recensioni? 

«Credo e spero con lo spirito giusto – sorride. Mi pongo sempre come un allievo verso i miei fan e ammiratori. Loro percepiscono quello che noi trasmettiamo con la nostra arte, la musica, gli strumenti, i testi, la voce e la nostra passione. Loro provano le sensazioni che a noi mancano. Ed è lo spirito dell’allievo che ti permette di “imparare” dall’ascolto di chi ti ascolta».

Tu che hai visto da vicino la fama, la popolarità. In fin dei conti che cos’è il successo e come si gestisce il successo quando poi si deve tornare – per mille motivi – alla vita reale?

Sorride. «Questa domanda è meravigliosa perché la fai alla persona sbagliata. Noi siamo soprattutto quelli che alla mattina si fanno la barba davanti allo specchio in bagno. Tu, io, noi, siamo “quelli”, quelli riflessi nello specchio. Lì ci sei tu, proprio tu, che sorridi mentre ti tendi la pelle prima di darla in pasto all’affilato rasoio che stringi tra le dita della mano. Non importa se la sera prima hai suonato davanti a 10, 100, 10000, 10000000 di persone. Quello che sei davvero è lì in quel momento. Devi guardarti e capire che la gioia è essere e sentirsi bene, vivi, veri. Sei tu, sei sempre lo stesso».

Mi piace come concetto, vai avanti.

«La tua vita esiste quando decidi che tu sei quello nello specchio che si fa la barba e sei felice di questo. Sei sempre tu a salire sul palco davanti a 10000 persone e sei sempre tu anche quando hai appena venduto 200000 copie, ma l’uomo sul palco esiste grazie alla solidità del primo, quest’ultimo dev’essere una persona vera che vive bene, sempre, e sa che è molto di più di quello che rappresenta sul palco. E’ un uomo, vero, reale con sentimenti e vita di tutti i giorni da vivere al meglio e onestamente. Ecco perché non esiste vanto nell’essere capito e apprezzato in ciò che sai fare come artista, ma provi pura e semplice gioia, felicità, specialmente quando le persone che ti seguono si “colmano di emozioni” scatenate “anche” da ciò che esprimi con la tua arte, le tue canzoni, i tuoi scritti».

Prova a sintetizzare il concetto in un titolo…

«Essere uomini ed anche artisti ti permette di salire e scendere dal palco con rispetto verso la vita, le persone e te stesso».

In ogni situazione e in qualunque momento è importante sapere che non tutto il male arriva per ammazzarti e non tutto il bene arriva per farti vivere

Nel nuovo album perché avete scelto di rifare “Personal Jesus” dei Depeche Mode?

«Adoro quel pezzo e il suo affilato messaggio senza tempo. E’ come un’ammissione palese di tutte le falsità e verità che circondano le nostre insicurezze e sicurezze. Lo trovo geniale. La nostra rivisitazione vorrebbe trasferire ancora di più la forte e tragica ironia di chi ha appena aperto gli occhi su di un mondo o forse li ha definitivamente chiusi su di un altro. In una frase: prima di cercare Gesù, trova te stesso. Poi decidi chi e cosa cerchi veramente. Una volta trovato te stesso vedrai che ti sarà molto più chiaro tutto».

Sulla tua esperienza coi Litfiba. C’è qualcosa che non ti è mai stato chiesto? 

«Temo che mi sia stato chiesto quasi tutto. Forse in certe situazioni un semplice “Come stai Cabo?” mi avrebbe fatto più piacere di molte altre “quasi inutili” ma articolatissime domande. Quello coi Litfiba è stato un luogo ed intenso viaggio dove la mia anima si è nutrita e svuotata allo stesso tempo. E’ stata senza dubbio un’esperienza che mi ha insegnato molto, nel bene e nel male. In ogni situazione è importante sapere che non tutto il male arriva per ammazzarti e non tutto il bene arriva per farti vivere. Quello che conta davvero è quello che ti aiuta ad interpretare la vita e a dirigere te stesso verso i tuoi veri sogni ed i tuoi obiettivi. Trascinarsi o non avere scelta è una condizione inaccettabile per qualsiasi persona. C’è sempre una scelta possibile e non bisogna aver paura di farla, anche se nell’immediato sembra essere la più dolorosa».

Dimmi qualcosa sulla scena musicale italiana. C’è stata un’evoluzione o un’involuzione?

«Temo che la risposta sia breve e concisa: involuzione senza dubbio. La paura di “non” è l’attuale padrona delle scelte, da parte di artisti e discografici».

Tu sei figlio di una generazione che esprimeva la propria rabbia con il rock. Oggi gli adolescenti usano invece il rap per sintetizzare la loro quotidianità. E’ un linguaggio – quello del rap – che ti affascina?

«Mi affascina moltissimo e lo trova vincente ed originale. Non mi sono mai fatto mancare i “papà” di questo genere musicale che contiene sicuramente i geni del rock in modo evidente: Run-DMC, Beastie Boys, ad esempio. Alcuni italiani li trovo assolutamente interessanti e capaci di emozionarmi. Credo che possano godere di una estrema libertà espressiva, nonché sonora e possano attingere da molteplici fonti. Si creano spesso alchimie di atmosfere davvero affascinanti e profondamente espressive, oggi più di ieri».

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