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Foto di Azzurra Guerrini

CIRCO BOIA «L'autoproduzione è una scelta obbligata per chi non passa dai talent-tritacarne»

Con la produzione di Gian Maria Accusani (Sick Tamburo, Prozac+), i Circo Boia non potevano esordire con un disco migliore. Perché nel loro lavoro omonimo (autoprodotto per il mercato italiano) c’è tutto: un’idea classica di punk rimaneggiata in chiave moderna e attuale, con un’essenzialità che conquista al primo ascolto. La band è composta da Erika Fassari (chitarra, voce) e Joey Chiarello (basso, backing vocals). L’album è uscito anche in America per l’etichetta Wiener Records.

Iniziamo dal suono del disco. Con che idee siete partiti e ispirandovi a chi o cosa? Il risultato finale è stato in linea con le attese?

circo boia circoboia«Siamo partiti con l’idea di fare un disco! Negli anni passati abbiamo cambiato molte volte formazione, nome della band e abbiamo collaborato con altri produttori interessati al progetto senza mai uscirne soddisfatti. L’idea iniziale era pertanto fare quel passo in più che ci mancava affidandoci ad un produttore per cui nutrissimo stima e fiducia. Per la composizione dei brani ci siamo ispirati alle band che più ci hanno influenzato: dai Gun Club ai Queenadreena, dal rap a Marilyn Manson. La produzione di Gian Maria ci ha poi portato a fondere l’attitudine punk con dimensioni che strizzano l’occhio all’elettronica e il risultato ci ha sorpreso e conquistato fin da subito superando di gran lunga le aspettative».

Nei vostri viaggi in America da cosa siete rimasti affascinati e cosa c’è dell’America in questo album?

«In America tutto è affascinante a causa dell’enorme potere mediatico di cui beneficia da nord a sud, da est a ovest; qui nel vecchio continente siamo cresciuti bombardati da un modello americano, guardiamo un cinema quasi totalmente americano e perciò sogniamo auto americane e paesaggi americani, personaggi bizzarri e lunghe highways sperdute nel nulla, ma, detto questo, ciò che colpisce di più è che, almeno in apparenza, è tutto estremamente semplice. Suonare è semplice, fare la spesa alle 4 di mattina è semplice, trovare lavoro o affittare una casa è semplice, conoscere persone è semplice, è tutto a portata di mano in qualsiasi attimo, perciò probabilmente emergere in una realtà così semplificata, in cui si ha l’impressione di vivere nel centro del mondo e di aver visto tutto, risulta estremamente complicato. Musicalmente abbiamo appreso molte cose, soprattutto un songwriting più diretto, forse di consumo veloce, ma sicuramente in linea con la frenesia da social network e con la scarsa soglia di attenzione del nuovo millennio».

Gian Maria cos’ha fatto nel dettaglio? E’ stato più un consigliere o una guida?

«Gian Maria è stato a tutti gli effetti il produttore del disco, dalla pre-produzione alla produzione vera e propria, e si è mosso sempre con grande rispetto per il progetto mostrandoci fin da subito di aver colto così profondamente la nostra visione da essere diventato a tutti gli effetti un membro del Circo Boia. Gli abbiamo sottoposto i brani ed abbiamo passato alcuni giorni insieme ad ascoltare, analizzare, fare taglia e cuci e smussare alcuni virtuosismi superflui. Siamo poi passati alle registrazioni dove ha seguito soprattutto voci e cori e per finire ha fatto le sue magie tra arrangiamenti e mix. La nostra guida, invece, è stato Paolo Mauri, che è stato dietro alle quinte di tanti, davvero tanti, artisti italiani (Prozac+, Afterhours, Sottotono, Le luci della centrale elettrica e molti altri). Paolo è il basamento su cui abbiamo costruito tutto ed è lui che ci ha consigliato Gian come produttore. Ci ha dedicato del tempo prezioso, tonnellate di pazienza e ci ha regalato verità di vita e di musica».

L’autoproduzione è stata una scelta o una necessità?

«L’autoproduzione per una band emergente è una scelta obbligata al giorno d’oggi per chi non passa dai talent-tritacarne. Detto questo ci piace gestire ogni lato del nostro progetto sia per quanto riguarda la parte artistica e sia per quanto riguarda le tempistiche. Per noi scrivere canzoni è la droga, la mania e non è possibile venire a patti con un drogato maniaco, figuriamoci con due…».

Venite da una porzione di Italia (la Toscana) dove il cantautorato è radicato da anni. In che ambiente siete cresciuti e vi siete formati?

«Siamo cresciuti e ci siamo formati in un ambiente immaginario. Ascoltando, indossando e cantando canzoni che venivano da lontano, con romanticismo e forse ottusità, ma questo ci ha tenuto sempre focalizzati sul nostro cammino».

Una vostra canzone si chiama “The World of Tomorrow”. Come ve lo immaginate il mondo fra 20 anni?

«La canzone “The World of Tomorrow” ruota attorno alla frase “maybe I started telling a little lie and I will die telling a bigger one”. Il mondo non cambia, è lo stesso da sempre, con gli stessi meccanismi, quello che cambia è il bisogno di mentire, soprattutto a noi stessi, sempre di più, sempre più forte».

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