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CORRADO RUSTICI
Foto di Michal Venera

CORRADO RUSTICI «Ciò che è Arte è sempre intrattenimento, ma quasi mai l’intrattenimento è Arte»

Ha lavorato con nomi del calibro di Herbie Hancock, Whitney Houston, Aretha Franklin, George Benson ed Elton John, ed è stato produttore per artisti come Zucchero, Francesco De Gregori, Ligabue, Elisa, Andrea Bocelli, Negramaro e Francesco Renga, contribuendo a più di 20 milioni di dischi venduti. Difficile inventarsi una definizione per Corrado Rustici, visto che lui stesso ha ridefinito tanti contorni della musica italiana degli ultimi decenni. A volte il termine “mito” si usa e ne si abusa, in questo caso calza perfettamente sul protagonista di questa intervista i cui toni vi stupiranno.

E’ veramente difficile estrapolare “Aham”, il tuo ultimo disco, dal pensiero che in carriera hai lavorato con tantissimi artisti. Secondo te in questo album c’è qualche “lezione” che qualcuno di essi ti ha dato e che hai poi riversato (anche inconsciamente) nell’album?

«Tutto ciò che manifestiamo è il prodotto delle esperienze che abbiamo accumulato durante il nostro esistere. Ho avuto la fortuna di suonare con grandi artisti, dai quali ho acquisito memi musicali, che uso per costruire un vocabolario sonoro, spero, individuale e verticalmente rilevante. Detto questo, non riesco a distinguere un momento particolarmente illuminante, ma piuttosto una consapevolezza artistica che mi dirige e che mi ispira».

In molte tue interviste sottolinei l’importanza dello “studio” e della “ricerca” musicale. Ma il mercato discografico (o quello che è rimasto di esso…) premia ancora questo modo di intendere la musica?

«Senza lo studio e la ricerca (in qualunque campo) non c’è movimento, non c’è creazione, ma immobilità ed involuzione. Lo studio e la ricerca musicale ai quali mi riferisco, non hanno nulla a che fare con l’industria discografica, né con i suoi “premi/miraggio”. Nonostante il postmoderno voglia farci credere che il desiderio di “apparire” sia uguale alla realtà di “essere”, in effetti non lo è. Ciò che è Arte è sempre intrattenimento, ma quasi mai l’intrattenimento è Arte. Il premio per un artista non è quello che riceve dagli sforzi del suo lavoro, ma lo sforzo creativo stesso. Il valore della vita non può essere giudicato dall’inevitabilità della morte».

Mi dici la tua sui Talent?

«Non ho molto da dire. Non seguo. Non trovo il concetto interessante, né artisticamente rilevante. Serve all’industria per giustificare l’industria».

La musica ti ha dato tantissimo, ma cosa ti ha tolto?

«Mi ha distrutto l’illusione di essere qualcuno particolarmente dotato e di essere stato – in qualche modo – responsabile del mio successo».

Conosci benissimo l’America, visto che ci vivi. Chi se la passa meglio/peggio: gli americani con Trump o noi italiani che cambiamo governo ogni 3×2?

«La contrazione socio-culturale, di cui siamo testimoni, sembra affliggere le varie tribù che si dimenano per il controllo di questo piccolo pianeta alla deriva in un oceano/spazio infinito. L’illusione di essere in possesso di una verità in particolare e di proteggerla a qualunque costo – anche con la vita – è, purtroppo, un quadro accurato del centro di gravità morale, intellettuale e spirituale dell’umanità, e di questa era postmoderna. Il mondo è così, perché – nel bene o nel male e in generale – noi siamo così. La maggior parte delle persone è alla ricerca di qualcosa che possa alleviare il dolore e la sofferenza di essere in vita. Purtroppo, la ricerca e gli sforzi, sono indirizzati verso soluzioni inesistenti e illusorie. In Italia come negli USA – e nel mondo in generale – l’essere umano passa il tempo a proteggersi dalla vita stessa e dal continuo meraviglioso miracolo di esistere “semplicemente” senza alcun limite creato dalla nostra immaginazione».

Che futuro vedi per la musica?

«Un presente nel quale l’artefatto musicale contiene un po’ di accordi in più dei soliti 4-5 contenuti nelle solite 2-4 misure, che purtroppo subiamo quotidianamente. Un artefatto musicale intelligente per congegni intelligenti, non più “congelato” in un tempo/spazio statico, ma – con l’aiuto della tecnologia – emotivamente libero di arricchire, a vari livelli, l’esperienza umana. Un presente privo di quelli che io chiamo i “noteji” di oggi (contorni sonori che sottolineano il nostro stato emotivo, come le “faccine” o “emoji” dei social), invece pieno di momenti di co-creazione musicale fra l’artista e l’utente stesso».

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