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Foto di Giulia Caira

DAN SOLO «Come una spugna, da bambino, ascoltavo e assorbivo le canzoni di De Andrè, facendole mie»

Per il suo esordio solista, Dan Solo (un passato nei Marlene Kuntz), ha scelto di stare ben distante dalle mode e dalle tendenze del momento. “Classe A” è infatti un disco estremamente personale che ha richiesto cura, attenzioni e persino lezioni di canto, a conferma che nulla è stato lasciato al caso: «Non mi considero un cantante, nel senso “classico” del termine, per me l’uso della voce ha a che fare con la parola, prima di tutto. Naturalmente, parola e suono sono intimamente interconnessi, quindi ho sentito il bisogno di andare a studiare i fondamenti della tecnica del canto, come per qualsiasi altro strumento, per gestire al meglio delle mie possibilità la mia voce».

Hai detto: “In questo disco ho fermato il tempo per dare uno sguardo indietro, e tirare così le somme”…

«E’ nel percorso della vita che va collocata quella frase, ho fermato il tempo nel momento in cui ho dato uno sguardo indietro, questo è il senso. Ripeto, ha a che fare con la vita, anche artistica, ma è più vicino al fermarsi e prendere atto della totalità della propria esperienza, in un modo che accade da sé (almeno a me), senza premeditazione: un giorno capita che butti un occhio indietro e osservi, forse per la prima volta veramente, chi sei. Da quel momento, come ho avuto modo di dire, cambia tutto e non sei più lo stesso; lo sei ancora perché, ovviamente, sei sempre tu, contemporaneamente non lo sei più, perché hai maturato una nuova consapevolezza. Una consapevolezza d’insieme che dà un nuovo punto di osservazione sulle cose».

Non hai mai fatto mistero della tua ammirazione per De Andrè. Chi ha raccolto oggi, nel panorama italiano, quella eredità e quanto è attuale, secondo te, il suo messaggio? Insomma, quanto riesce ancora ad ispirare le nuove leve del cantautorato italiano?

«Ispirarsi a Fabrizio De Andrè non è cosa da poco. Personalmente, sono cresciuto con i suoi dischi. Come una spugna, da bambino, ascoltavo e assorbivo le sue canzoni, facendole mie, senza preoccuparmi di suoni, arrangiamenti, ecc., come un bambino appunto. Nel mondo musicale da cui provengo, “Rock, Punk, Metal, Torino, Anni Ottanta”, De Andrè non piaceva. Non mi sembra che abbia mai riscosso comunque consensi oceanici anche in altri ambienti della musica italiana in genere. Oggi, è morto ed è stato creato il suo mito, e tutti lo conoscono, o almeno dicono di conoscerlo, e lo citano. De Andrè diceva di essere anarchico, ed era ascoltato da chi aveva idee simili alle sue, la massa lo riteneva “triste” e non lo seguiva; la nicchia, quella dell’estrema Sinistra italiana degli Anni Settanta e Ottanta, invece lo adorava. Non vedo nessuno raccogliere la sua eredità, in questo momento».

Gli Anni Novanta sono stati un momento positivo per la creatività e per la professionalità del fare musica in Italia. Sembrava di essersi finalmente emancipati dalla sudditanza nei confronti della musica importata dal mondo anglosassone

Tu hai vissuto tante stagioni della scena indipendente italiana. Hai nostalgia per il passato oppure trovi che questi siano tempi generosi di progetti interessanti?

«Non sono un nostalgico, per indole tendo a guardare avanti. Per quel che ne so e per quello che ho vissuto, gli Anni Novanta sono stati un momento positivo per la creatività e per la professionalità del fare musica in Italia. Sembrava di essersi finalmente emancipati dalla sudditanza nei confronti della musica importata dal mondo anglosassone. E’ stato un momento, lungo una decina d’anni, che ha contribuito a far crescere la qualità della musica italiana. Poi è successo qualcosa, chiamala “crisi” o come vuoi, e siamo tornati indietro. Ci siamo sì evoluti tecnologicamente, ma è venuto a mancare l’ambiente culturale, emotivo, persino sonoro. Si è deteriorata la motivazione interiore dell’artista e il perché è banale: l’urgenza espressiva è stata sostituita dall’urgenza economica. La conseguenza è stata la nascita di mille chimere musicali, il copia-incolla della composizione. Il risultato è che tutto suona già sentito, perché è effettivamente già sentito».

Quando ripensi alla tua esperienza coi Marlene Kuntz, quali sono i primi frammenti che ti tornano in mente? I rapporti coi tuoi ex compagni di viaggio, oggi, come sono?

«Non mi va di entrare nel merito, mi rendo conto che questo genere di cose sia la parte forse più “interessante” delle questioni che riguardano la musica, ma come ho già detto, ho maturato nuove consapevolezze e dei Marlene Kuntz parlerò soltanto con i diretti interessati, se mai dovesse esserci l’occasione».

I testi del tuo album sono molto intimi. Quanto sono stati filtrati? Quanto li hai rimaneggiati prima di reputarli pronti per essere condivisi con persone estranee al tuo mondo?

«Questo lavoro è cominciato dai testi. Quasi due mesi di scrittura costante e quotidiana. Quando sono passato alla scrittura delle parti musicali, avevo davanti a me un groviglio di quartine, frasi staccate, ritornelli, immagini, man mano che la musica prendeva forma, anche le parole andavano al loro posto, sembravano avere un meccanismo interno di auto regolazione e d’identificazione dell’accordo e del ritmo adatto a loro. Come in un puzzle, ogni tassello aveva la sua corretta sistemazione, l’unica possibile. E’ stato un processo creativo particolare, non pensavo di fare un disco solista, volevo scrivere le canzoni per farne un album, ma sono sempre stato legato al concetto di “band”. Terminata la scrittura delle undici canzoni, ho capito che avrei avuto l’onere e l’onore della paternità di un’opera prima, da solo questa volta».

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