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DARDUST Birth

Lo confessiamo: partiamo bendisposti verso Dario Faini (Dardust). Lo abbiamo visto la scorsa estate dal vivo e ci ha letteralmente rubato il cuore con uno show di livello europeo - e non è la classica frase fatta, perché la scena indipendente italiana (al contrario di quanto si dice) non è così generosa di artisti che all'estero ci farebbero fare bella figura. Bene, ora che abbiamo giocato a carte scoperte possiamo tranquillamente parlare di questo "Birth", prodotto e arrangiato a Reykjavik, in Islanda, un lavoro che inevitabilmente risente di certe fascinazioni legate al mondo dei Sigur Rós, ma che nel contempo sa proporre un'identità propria, in…

Score

QUALITA' - 73%

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DARDUST birth

Lo confessiamo: partiamo bendisposti verso Dario Faini (Dardust). Lo abbiamo visto la scorsa estate dal vivo e ci ha letteralmente rubato il cuore con uno show di livello europeo – e non è la classica frase fatta, perché la scena indipendente italiana (al contrario di quanto si dice) non è così generosa di artisti che all’estero ci farebbero fare bella figura.

Bene, ora che abbiamo giocato a carte scoperte possiamo tranquillamente parlare di questo “Birth“, prodotto e arrangiato a Reykjavik, in Islanda, un lavoro che inevitabilmente risente di certe fascinazioni legate al mondo dei Sigur Rós, ma che nel contempo sa proporre un’identità propria, in costante equilibrio fra elettronica e musica classica, tra Conservatorio e club tedeschi. Faini ha un tocco sul piano che è pura forza espressiva.

«Nei miei sogni ho incontrato Satie e l’ho portato a ballare al Berghain».

“Birth” è l’abbraccio fra due mondi, è l’espressione di una società per azioni dove non c’è amministratore delegato e i soci (classico e moderno) hanno pari quote, pari dignità, pari diritti. All’interno dell’album c’è anche la collaborazione con The Bloody Beetroots nel brano “Take The Crown”, scritto a quattro mani. In conclusione: un disco dal respiro ampissimo. Il pezzo migliore? “Slow is the new loud”.

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