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DARGEN D’AMICO «I miei momenti di debolezza sono proprio quelli in cui indosso gli occhiali»

E’ un funambolo della parola, Dargen D’Amico. Nella nostra intervista oltre a parlare di “D’iO“, il suo ultimo disco, scopriamo anche che la sua passione per la scrittura è nata alle elementari, che i ricordi del “Parini” sono deliziosamente… gustosi, e che il rap (forse) è l’approdo dei cantautori moderni, ma senza perderci troppo la testa. E su Dio: «Dio non ha momenti di debolezza, non serve che io creda in lui pubblicamente».

Da dove partiamo? Forse ha senso partire dall’inizio: ricordi la prima volta che hai detto “…ok, voglio provarci anch’io col rap”?

«Sono sempre stato affascinato dal peso delle parole che suonano. Ho cominciato a scrivere poesie alle elementari. Scoprire il rap e tentare di farne io stesso sono come l’indovinello dell’uovo e della gallina».

Mi piacerebbe chiederti qualcosa sul Liceo “Parini”, che hai frequentato. Perché negli anni ha sfornato un sacco di personaggi celebri ma spesso è stato legato anche alla cronaca nera. In che misura​ quell’ambiente ti ha condizionato e ​ha condizionato la tua passione per la scrittura?

«Del “Parini” ricordo appunto i panini, deliziosi artigianali del bar interno alla scuola e i cineforum da fare invidia a Pasolini durante le occupazioni. Queste due cose sicuramente possono aver influito positivamente sulla mia crescita».

Sei nato nel 1980 e hai vissuto due fasi distinte del rap italiano: il tramonto di un certo rap molto impegnato e politicizzato e il boom di questi anni grazie anche ai talent. Quanto è cambiata la scena?

«C’è stato un importante ricambio generazionale naturale e Internet è diventato il principale canale di diffusione. Soprattutto negli anni è cambiato il carattere dell’hip hop americano e di conseguenza anche quello dell’hip hop italiano che scopiazza quello americano senza riposo da sempre».

In ​una recente intervista hai detto che “Sanremo è la fotografia della musica italiana” e non hai fatto mistero del fatto che avresti partecipato volentieri all’edizione appena andata in archivio. Qual è stata la fotografia uscita quest’anno da Sanremo?

«Nostalgia, nostalgia canaglia. Forse se mi fossi presentato con “Nostalgia Istantanea”, a saperlo prima ne avrei posticipato la pubblicazione».

“D’iO” è un disco dove la tua spontaneità esce forte. C’è qualcosa del tuo mondo che fatichi a tradurre in parole da offrire a un pubblico?

«Cerco sempre di tradurre le immagini ma ogni traduzione è infedele per definizione. Non serve soffrirci troppo. Ci penserà Equitalia».

Hai fans che non perdono mai l’occasione di dimostrarti una fiducia sconfinata. Questa fiducia in che misura ti responsabilizza nei loro confronti?

«L’Italia è l’ombra di un Paese interessante, la varietà nella programmazione musicale di radio e tv deprimerebbe una ballerina di samba. Mi sento quindi davvero fortunato ad avere un mio spazio e la fiducia di alcuni ascoltatori, mi sento libero di fare ma in nessun modo responsabile».

Non hai mai fatto mistero della tua passione per i cantautori della vecchia scuola (Dalla e Battiato, ad esempio). I cantautori di oggi sono i rapper? Oppure chi ha raccolto l’eredità dei vari Dalla o Jannacci?

«L’eredità credo i parenti, per quanto riguarda Dalla parrebbe che i parenti più prossimi siano persone con le quali Lucio non aveva rapporti. Metaforicamente anche con la sua musica potrebbe accadere qualcosa di simile. Noi italiani siamo nostalgici appunto e dobbiamo sempre vedere le cose in una prospettiva storica e nazionale – e ci sta, ognuno goda delle proprie perversioni – ma io non scomoderei certi nomi per paragonare il rap italiano. Detto questo, il rap ha sicuramente delle cose da dire che spesso sono più importanti della musica in sottofondo, come è stato per alcuni cantautori».

DARGEN_D'AMICO_d'io“D’iO” gioca inevitabilmente con la parola “Dio” e anche la cover stessa rimanda alla Fede. Tu credi in Dio? Insomma, nei momenti di debolezza, quando sei senza occhiali, a chi domandi conforto?

«Dio non ha momenti di debolezza, non serve che io creda in lui pubblicamente. I miei momenti di debolezza invece sono proprio quelli in cui indosso gli occhiali, e va da sé, chieda conforto agli ascoltatori e ai giornalisti musicali italiani perché mi piacciono le sfide impossibili».

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