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DAVID BOWIE Blackstar

Niente pipponi iniziali sul fu David Bowie, andiamo subito alla recensione del disco e proviamo - per quanto difficile - a scriverci sopra senza l'onda emozionale che ha accompagnato l'uscita dell'ultimo lavoro del Duca Bianco. Insomma, critica nuda e cruda. "Blackstar" parla la lingua del rock ma, come Bowie ha sempre fatto, anche in questo caso mischia il genere di riferimento con il jazz (tanto), con un certo blues scuro, rendendo il marchio di fabbrica estremamente riconoscibile e soprattutto familiare. Bowie è una pop star, ma in questo (così come in altri suoi lavori), il pop non ha le…

Score

QUALITA' - 71%

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DAVID BOWIE blackstar

Niente pipponi iniziali sul fu David Bowie, andiamo subito alla recensione del disco e proviamo – per quanto difficile – a scriverci sopra senza l’onda emozionale che ha accompagnato l’uscita dell’ultimo lavoro del Duca Bianco. Insomma, critica nuda e cruda.

Blackstar” parla la lingua del rock ma, come Bowie ha sempre fatto, anche in questo caso mischia il genere di riferimento con il jazz (tanto), con un certo blues scuro, rendendo il marchio di fabbrica estremamente riconoscibile e soprattutto familiare. Bowie è una pop star, ma in questo (così come in altri suoi lavori), il pop non ha le luci del palco e il mix tra i suoni è spinto verso la sperimentazione piuttosto che verso un risultato per compiacere.

E’ un buon disco “Blackstar”? E’ un ottimo disco se consideriamo il personaggio, la sua storia e la sua voglia – a 69 anni – di battere strade originali fottendosene bellamente delle mode del momento. Non c’è infatti nulla di modaiolo o… attuale in questo compact, e anche la presenza di uno genio dell’elettronica come James Murphy dei LCD Soundsystem lascia una traccia che non scalfisce minimamente il suono di Bowie, semmai lo arricchisce di sfumature nuove. Ottima la scelta di puntare su “Lazarus” come singolo, perché è davvero un brano che dà la giusta cifra stilistica del cd e che nella parte finale va a richiamare una certa new wave Anni Ottanta.

In conclusione: non un capolavoro assoluto, ma un lavoro di classe, coraggioso, che può persino fungere da esempio o da monito: non è vero che dopo tanti successi è lecito vivere di rendita o speculare. E non crediamo neppure – e qui torniamo alla triste attualità – che Bowie l’abbia concepito come un addio o un regalo al pubblico. C’è così tanta vitalità da far pensare che nello scriverlo e nel produrlo l’intenzione fosse quella di spostare ancora un po’ più avanti il segno. Tutto qui.

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