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DORO GJAT

DORO GJAT «Non è che se vengo dal Nord e parlo in dialetto allora voto Lega»

Il primo album solista di Doro Gjat parla molto di identità territoriale, provincia, emigrazione. E’ un disco che ha radici profondissime nelle terre friulane ma la Lega Nord, la Secessione e tutte quelle robe lì non nominategliele neppure a Doro Gjat. Anzi, sì. Ecco cosa ci ha risposto…

La tua proposta musicale mi ha fatto venire in mente quella di Davide Van De Sfroos: stili diversi, ovvio, ma la stessa voglia di recuperare un dialetto del Nord. Volevo sapere se la sua musica è mai stata di ispirazione e a quali proposte ti sei ispirato per il tuo percorso artistico.

«Qui c’è un’incongruenza di fondo: il mio intento non è quello di recuperare un dialetto del Nord. In primo luogo perché non stiamo parlando di un dialetto ma di una vera e propria lingua. In secondo luogo perché non c’è alcuna necessità di “recuperarlo”: è una lingua viva che io parlo ogni giorno, fa parte della mia quotidianità e ho deciso di inserirla nei brani del mio disco per contribuire a dargli una particolarità, un valore aggiunto che lo differenziasse nel grande calderone che è il rap italiano di questi anni. Alla sua valorizzazione e al suo recupero hanno già pensato i miei (illustri) predecessori ancora negli Anni ’80. Mi riferisco ai vari cantautori che costituiscono l’ossatura della Gnove Musiche Furlane (Nuova Musica Friulana), un vero e proprio movimento culturale che un paio di decenni or sono ha cominciato un lento processo di valorizzazione della lingua friulana attraverso il suo utilizzo in generi musicali importati come rock, folk, jazz, reggae e hip hop».

E tu?

«Io non sono che l’ultimo di una lunga serie di autori, scrittori e musicisti e per giunta neanche il più radicale visto che, come avrai sicuramente notato ascoltando il mio disco, il friulano è presente in due ritornelli e in un paio di (rapidi) innesti qua e là. Il resto è tutto in italiano (le strofe) e in inglese (tre ritornelli)».

Parliamo delle ispirazioni?

«Per quanto riguarda le mie ispirazioni sono le più disparate: mi considero abbastanza onnivoro, cerco di ascoltare e di farmi influenzare da quanti più generi musicali possibili (anche se, onestamente, ho scoperto chi fosse Davide Van De Sfroos dalla tua domanda). Principalmente resto comunque un grande ascoltatore di rap. Sento molto vicine le realtà europee, quella inglese in particolare, per la loro volontà di mescolare generi diversi creando dei “melting pot” particolarissimi».

La Lega da decenni si batte per la salvaguardia dei dialetti del Nord. In che misura la politica ti appassiona e cosa pensi di chi mischia musica e politica?

«Guarda, se facessi rispondere a questa domanda uno qualsiasi dei friulanisti che da decenni si battono per la riqualificazione del friulano, probabilmente la risposta comincerebbe con una bestemmia. In pieno stile friulano, proprio! Capisco che, visto da una posizione più centrale, il Nord Italia possa sembrare tutto uguale. Noi friulani però rappresentiamo una realtà a se stante da sempre, un po’ perché siamo una regione di confine lontanissima dai centri nevralgici della vita sociale e culturale italiana, un po’ perché siamo una regione a statuto speciale e quindi le politiche regionali si muovono su vie spesso diverse da quelle nazionali. I maggiori contributi alla riqualificazione della lingua friulana in campo musicale sono stati dati in regione da una piccola radio indipendente, Radio Onde Furlane, che negli anni si è battuta perché il movimento della Gnove Musiche Furlane crescesse e si sviluppasse. E ti assicuro che il loro colore politico sta su tutt’altra scala cromatica rispetto a dove pensi. Purtroppo le classificazioni si rivelano sterili ancora una volta, è una malattia di cui soffre tutta Italia. Non è che se vengo dal Nord e parlo in dialetto allora voto Lega. Sarebbe come dire che se sono napoletano sono un camorrista, o che se sono musulmano sono un terrorista. Riduttivo, non ti pare? Lo stesso utilizzo della musica a fini politici, a tal proposito, è un argomento delicato che andrebbe affrontato con cognizione. Si può fare e, se fatto bene, è un mezzo di una potenza devastante. Purtroppo non è così semplice e spesso accade che diventi un escamotage populista per sciorinare slogan e fare retorica fine a se stessa. E’ difficile farlo bene, ecco, questa è la mia opinione. Pensa a “Storia di un impiegato” di De Andrè, un disco di una profondità socioculturale devastante che è stato il meno capito della sua carriera. E che gli ha fruttato non pochi problemi, oltretutto».

Il tuo disco è stato mixato da Squarta. Cos’hai imparato dal rapporto con un personaggio così esperto? 

«Squarta è una persona di una professionalità devastante e di una disponibilità sconfinata. Il suo apporto al mio disco è stato determinante perché è riuscito a dare una pasta sonora omogenea a brani che, di per sé, spaziano tra atmosfere e influenze diversissime tra loro. Lavorarci fianco a fianco poi è stata un’esperienza un sacco figa: sono cresciuto con la sua musica e sedere davanti al mixer e confrontarmi con un pezzo da novanta come lui sul risultato dei miei pezzi. Beh, figo no?».

I tuoi testi si staccano parecchio dagli immaginari che vanno di moda – in ambito rap – attualmente. Un modo per affermare il tuo stile o anche per dire che le tematiche del rap che vanno di moda oggi non ti piacciono granché?

«Entrambe le cose. Il fatto è che per molto tempo, soprattutto negli anni della mia maturazione artistica (diciamo dai 20 ai 30), ho inseguito anch’io gli stilemi tipici del genere. Certo, non parlavo di puttane, droga e sparatorie ma sicuramente abbracciavo un certo tipo di immaginario macho al microfono. Del tipo “sfidare me è come fare bungee jumping senza elastico” e cose del genere. Era un tentativo di comunicare alla scena che anch’io ero come loro, che ero cresciuto a pane e hip hop e che potevo farmi valere al microfono. Solo che, indovina un po’? Alla scena di me non è mai fregato un cazzo: un po’ perché non è facile farsi notare nel calderone di MC’s quando sei un ragazzino friulano; un po’ perché, a causa di una superficiale generalizzazione da parte del pubblico hip hop, sono sempre stato considerato come uno che fa rap in friulano (quando in realtà sono sempre stato quello dei Carnicats che rappa in italiano); un po’ perché (probabilmente) non ero abbastanza bravo da farmi notare per le mie “skills” tecniche».

E poi?

«Dopo anni di tentativi non andati a buon fine, ho deciso di mettere una pietra sopra alla questione: la scena non mi vuole? Allora fanculo la scena: faccio quello che mi piace, metto me stesso nei testi e me ne sbatto di a chi piaccio e a chi no. E, come spesso succede, è stato in quella fase che ho trovato me stesso, che ho abbracciato la mia indole artistica e ho cominciato a fare quello che veramente mi viene bene: il rap montanaro! Certo, come giustamente mi fai notare, il linguaggio che uso è molto lontano da quello tipico del genere però il fatto che io e te siamo qui a parlarne, giustifica i miei sforzi, no? Significa che è proprio facendo quello che “sentivo” e non quello che “dovevo” che ho fatto musica degna di essere notata oltre i confini regionali».

Se fossi in un negozio di dischi, vicino a quali artisti rap italiani vorresti che fosse il tuo cd? Ti faccio qualche nome: Neffa, Guè, Fedez, J-Ax?

«Cerchiamo un punto d’incontro? Facciamo Dargen? Non che abbia la presunzione di paragonarmi a lui, che per molti versi è una delle migliori penne che abbiamo in Italia, sia chiaro. Però lui è uno che è partito dall’hip hop per arrivare “da un’altra parte”, artisticamente parlando. Anche lui ha voluto valicare i confini del genere cercando una strada propria, senza essere né pop in modo becero né totalmente “altro”. In questo ambisco a seguire i suoi passi, indubbiamente».

Nell’album metti assieme molti generi attorno al rap. Perché questo bisogno di varietà e non credi possa spiazzare l’ascoltatore, che magari può faticare a comprendere il tuo stile?

«Mah, secondo me dipende dal tipo di ascoltatore. Un ascoltatore hip hop sicuramente non lo considera un disco hip hop. Se da un lato questo mi lusinga (è stato uno dei miei principali intenti, sin dalle prime fasi di lavorazione del disco), al tempo stesso un po’ mi fa perdere fiducia nella capacità critica degli addetti al settore. Come se la storia della musica hip hop non fosse costellata di gran dischi la cui grandezza sta proprio nell’essere sperimentali, nel travalicare i confini e le regole proprie del genere. Qualsiasi forma d’arte è ricca di esempi di questo tipo. Invece l’hip hop italiano no, quello deve essere sempre uguale a “SxM”. Da oggi alla fine dei tempi. Sennò sei stronzo. E allora ti pare che uno come me, che dalla scena non ha mai avuto niente (vedi la risposta alla domanda precedente) non si gira dall’altra parte e si mette a fare quello che gli pare? Poi al pubblico non hip hop il disco sta piacendo un casino, proprio per questa sua capacità di mescolare generi diversi tra loro. Io lo considero un gran traguardo».

Ci aiuti a capire la realtà dalla quale arrivi? Intesa come quartiere, amici, stimoli che hai attorno. Insomma, qual è il mondo (quotidiano) che ti ha plasmato e che ha plasmato la tua musica?

«Immagina un paesino di 10 mila anime schiacciato tra due fiumi che si incontrano proprio lì, a due passi dalle case. Immagina due grandi insenature che si snodano tra le montagne, una in direzione nord (verso l’Austria), l’altra in direzione ovest: sono le valli scavate da quei due fiumi, che aprono lo scenario a paesi ancor più piccoli, gruppi di case appesi alle pendici delle montagne, che sembrano quasi che da un momento all’altro rotolino giù. Immaginateli di notte, quando la Luna fa brillare la neve ad alta quota e le luci dei lampioni di quei paesi sembrano stelle cadute sulla Terra per sbaglio. Immagina l’apatia delle serate, soprattutto negli anni dell’adolescenza, quando si ha solo bisogno di fare casino. Immagina la voglia di scappare che ci ha perseguitati (e ci perseguita ancora) sussurrandoci all’orecchio: “…scappa, vai dove il Sole sta allo zenit, nascondi tutte le ombre sotto i piedi, dove non le puoi vedere”. Immagina la pioggia, i prati, i sassi, la neve e il fiato che si condensa mentre parli. Immagina il campetto da basket, le corse in bici attorno al condominio, i bagni al fiume d’estate, le canne che disegnano arabeschi di fumo controluce al tramonto. Ecco, questo. E anche qualcosa d’altro. E grazie per questa domanda, veramente».

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