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EMIDIO CLEMENTI «Io e Carnevali, così incredibilmente vicini e così lontani»

«Non avrò la pensione un giorno? Chi se ne frega, sono felice di aver inseguito i miei sogni e di averli realizzati». Chi invece i sogni li ha inseguiti realizzandone ben pochi è stato quell’Emanuel Carnevali spesso omaggiato da Emidio Clementi dei Massimo Volume in tanti reading sonori. Poeta non popolarissimo, Carnevali visse i primi del Novecento fra l’Italia e gli Stati Uniti, partendo per il Nuovo Mondo il 17 marzo 1914 da Genova: «Leggere Carnevali mi ha cambiato la vita e alla sua riscoperta ho dedicato tanto del mio tempo. C’è stato addirittura un periodo della mia esistenza che le nostre vite sin sono quasi toccate virtualmente».

 

In che senso, Clementi?

«Come Emanuel ho visto tanti retro cucine, ho fatto tanti lavori precari, sono fuggito tante volte da realtà che mi soffocavano, lui però ha fatto una fine tragica. Purtroppo. E dico “purtroppo” perché aveva un incredibile talento: pur scrivendo agli inizi del Novecento, il suo stile era asciutto e moderno».

Oggi è facile, per molti giovani, immedesimarsi in Carnevali…

«Sì, ma non troppo. Lui ha vissuto di stenti veri, oggi ci sono evidenti difficoltà ma per fortuna in Italia non si muore più di fame. Lui è stato sconfitto da una precarietà esistenziale crudele, che ha combattuto tutta la vita, ma dalla battaglia è uscito sconfitto, morendo giovane. Mi fermerei qui e non farei parallelismi con l’epoca moderna».

La precarietà dei giorni nostri come si combatte?

«Non credo esistano ricette universali, penso che ognuno debba impegnarsi per trovare la propria dimensione. Per quanto mi riguarda, so che un domani forse non avrò la pensione, ammalarsi è un lusso, ma vivo da privilegiato mettendo assieme un guadagno con le mie idee e riuscendo a gestire il mio tempo in autonomia».

Sono partito da un terreno arido, da una provincia spietata e senza l’etichetta di “figlio d’arte”. Forse però nelle difficoltà vieni su con più fame. Anche quella è una carta che vale la pena giocarsi nella vita

Quindi sei felice?

«Faccio musica, scrivo libri, a mio modo ce l’ho fatta. Con tutto il corredo di precarietà, alla fine sono arrivato dove volevo. E tieni presente che sono partito da un terreno arido, da una provincia spietata e senza l’etichetta di “figlio d’arte”. Forse però nelle difficoltà vieni su con più fame. Anche quella è una carta che vale la pena giocarsi nella vita».

Spesso questa generazione è criticata perché troppo “choosy”, ovvero schizzinosa. Che opinione hai dei giovani?

«Non mi sembrano diversi da quelli della mia generazione. Io ero una giovane mosca bianca: ascoltavo musica che ascoltavano in pochi e leggevo cose abbastanza di nicchia. Così è anche adesso: c’è una massa conformista e poi ci sono tanti ragazzi che intraprendono un percorso diverso. Il problema semmai sono i luoghi comuni: è da millenni che sentiamo la frase “…cinquant’anni fa i giovani erano migliori, tutto era più bello”. Lasciamelo dire: sono solo cazzate».

La verità è che nessuno sa che cosa ci sia davvero di là, forse esiste anche Dio e c’ha la barba bianca. Sono molto affascinato dal sacro, ma non mi interessano i ritiri spirituali, sono cose che mi annoiano al solo pensarci

In tempi di precarietà, in molti cercano rifugio nella Fede. Tu credi?

«Sono affascinato dalla figura di Cristo, mi piace tantissimo, è una figura potente, rassicurante, un modello ineguagliabile, però Dio non lo capisco, non lo colgo. Ho letto testi di teologia, ma mi sono sempre perso. Non sono nemmeno un ateo integralista. La verità è che nessuno sa che cosa ci sia davvero di là, forse esiste anche Dio e c’ha la barba bianca. Sono molto affascinato dal sacro, ma non mi interessano i ritiri spirituali, sono cose che mi annoiano al solo pensarci».

Non sai chi è Dio, ma sai come si diventa scrittori-musicisti. Hai qualche segreto da svelare?

«Quello che posso consigliare è di non aspettare mai l’ispirazione per scrivere: di solito quelli che aspettano l’ispirazione scrivono per hobby. E’ importante lavorare ogni giorno sulle parole. Con me il “modello impiegatizio”, ovvero un certo numero di ore al giorno dedicate alla scrittura, ha sempre funzionato. Inoltre non pensate a Kerouac che scriveva ovunque ma cercate il vostro habitat ideale e buttate giù quello che avete dentro».

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