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EMIDIO CLEMENTI «Fare arte? Conta anche tanto la tenacia, tener botta alle porte sbattute in faccia»

Scrittore, musicista, poeta. Per tanti trentenni e quarantenni di oggi, Emidio Clementi rappresenta un’icona, il simbolo di un modo di esprimersi profondo e riflessivo. Il suo nome è indissolubilmente legato a quello dei Massimo Volume. Ma Clementi è anche uno scrittore di discreto successo.

Quando scrivo mi confronto principalmente con me stesso, mentre quando faccio musica porto le mie idee in un contesto dove c’è un team che detta le regole

Molti sognano di fare lo scrittore o il musicista. Tu come hai capito che era davvero la tua strada?

«Non c’è stato un momento o un giorno preciso, ma diciamo che tutto si è svolto a fasi. Senza dubbio la gratificazione economica ha avuto un suo peso. Mi spiego: fino a 30 anni ho fatto altri lavori, poi è stato bello vedere che con le mie idee potevo anche vivere dignitosamente. Ecco, credo che questa sia la differenza tra il farlo per hobby o per mestiere, il riuscire a viverci con quello che stai facendo. Poi ovvio, conta anche tanto la tenacia, tener botta di fronte alle porte sbattute in faccia».

L’etichetta di “intellettuale” ti piace, ti dà fastidio?

«Non mi considero tale. Sono più che altro una persona curiosa, attenta. Se proprio vogliamo usare questa etichetta, diciamo che mi sento più vicino agli intellettuali americani, ovvero a quelli che si sono formati da soli, sulla strada. Io fondamentalmente sono un autodidatta».

Solitamente chi scrive ha bisogno di un certo contesto per farlo al meglio. Anche tu hai delle necessità?

«Lo confesso: sono assolutamente abitudinario, anche se in certe situazioni so adattarmi abbastanza velocemente. Comunque in linea generale mi piace scrivere davanti al computer nel periodo appena dopo le 15, mentre la sera, dalle 20 sino alle 23 (a volte sino a mezzanotte), faccio un lavoro di pulizia delle pagine che ho scritto».

Il processo creativo è differente per lo scrittore e per il musicista?

«Nel mio caso sì: quando scrivo mi confronto principalmente con me stesso, mentre quando faccio musica porto le mie idee in un contesto dove c’è un team che detta le regole».

Cambiamo argomento. Sotto il palco che giovani hai trovato di recente?

«Ho trovato giovani vivaci, attenti, a me piace questa generazione, mi sembra composta da tanti ragazzi con la testa sulle spalle».

Eppure l’ultima generazione non gode di particolari apprezzamenti a livello sociologico…

«E’ così da sempre. Anche della mia generazione si parlava un gran male».

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