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Foto di Alice Pedroletti

EMIS KILLA «Ragazzi, lottate per le vostre ambizioni»

«Non date troppa retta a quello che dicono i professori, a volte sbagliano clamorosamente, io ne sono la prova». Emis Killa è il golden boy del rap italiano. Tutti i riflettori sono addosso a questo ragazzo arrivato in cima alle classifiche dalla periferia di Milano.

A proposito di riflettori, sai che sul web c’è chi ti accusa di essere restio a fare foto coi fans?

«Tutte bugie, io le foto le ho sempre fatte e continuo a farle, però ci tengo a precisare un paio di cose».

Ora farai arrabbiare qualche fans?

«Spero di no, però ci tengo a chiarire che io faccio rap, non sono un fotomodello a disposizione della gente 24 ore su 24, e senza dubbio è capitato che dopo un concerto al freddo, magari non sia riuscito ad accontentare tutti e per evitare di prendermi una polmonite dopo un po’ sia andato via».

C’è dell’altro?

«Sì, andare a un concerto non significa per forza di cose dover fare anche la foto con l’artista: è una cosa che può capitare, ma anche no. Non è che se sei un nome “piccolo” tu debba essere per forza di cose “amatoriale”, che significa mettere in un angolo il rispetto per il lavoro che fai a vantaggio di tutto il resto. Comunque stiano tranquilli i fans, sarò sempre disponibile e per me non è mai un problema l’amore del pubblico, a patto che resti nei limiti».

Non ti piace che si parli della tua vita privata, è vero?

«Sono molto geloso del mio privato».

Quindi inutile chiederti se sei fidanzato?

Sorride: «A questa domanda non rispondo».

Hai una cicatrice sul petto attorno alla quale i fans hanno scritto (e talvolta inventato) numerose storie. Infastidito di ciò?

«Non me ne frega nulla. Capisco che la curiosità faccia parte del gioco, ma l’invadenza non mi piace. Così come non mi piace si parli troppo del mio privato o si faccia a gara sul web per scoprire dove abito. Mi sembrano tutte cose assurde, morbose».

Alle superiori hai iniziato il primo anno e dopo due mesi un professore ti ha spiegato che erano più felici di vederti a casa. Mai più incontrato quel professore?

«Io no, ma credo – sorride – che lui abbia visto parecchio in giro la mia faccia negli ultimi tempi».

Cattivo studente tu oppure pessimi professori sulla tua strada?

«Sono cresciuto sentendomi dire spesso: “Tu non farai mai niente di buono nella vita”, e ora sono qua».

Chissà quanti tuoi fans sono alle prese con professori così severi. Offrigli un consiglio…

«Intanto non fate di tutta l’erba un fascio: ci sono tantissimi ottimi insegnanti e naturalmente c’è anche chi fa il suo mestiere meno bene di quanto dovrebbe. Comunque ragazzi, nessuno ha la verità assoluta in tasca, non vi abbattete se qualche professore vi disegna un futuro diverso da quello che sognate. Lottate per le vostre ambizioni».

Finita l’esperienza scolastica hai fatto il muratore, l’operaio, ma anche il venditore porta a porta, vero?

«Eh sì, mia mamma mi ha mandato subito a lavorare».

Com’è stato crescere a Milano?

«Io vengo dalla Brianza, e in Brianza non c’è niente, non ci sono locali super fighi, non c’è grande vita mondana. A Milano centro c’è movimento, ma in periferia la situazione è diversa».

Senza il rap cosa avresti fatto?

«Boh, forse qualcosa di poco costruttivo e dannoso. Molti miei amici dell’infanzia oggi lavorano in fabbrica: non hanno realizzato i loro sogni, ma hanno dovuto per forza di cose adattarsi».

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