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ER COSTA

ER COSTA «Molto rap classico di Roma mi piace, ma ce n'è tanto che non ho mai apprezzato»

C’è Roma al centro di questa chiacchierata con Er Costa. Roma coi suoi miti e le sue contraddizioni («…inguaribili e inestirpabili in quanto plurimillenarie»), ma c’è anche tanto rap e qualche battutaccia che dà la cifra del personaggio. Con Er Costa abbiamo provato anche a parlare di Pier Paolo Pasolini e delle borgate.

Roma negli ultimi anni è diventata sinonimo di malaffare, mafie varie, politica. E’ una città che sa ispirare chi fa rap? 

«Il mito racconta che Roma è stata fondata sul fratricidio e popolata con lo stupro, si studia a scuola nelle versioni di latino, è stato già detto in almeno un pezzo rap e vivendoci non si fa fatica a crederci. Le sue contraddizioni sono inguaribili e inestirpabili in quanto plurimillenarie, e questo vale anche per la sua ineguagliabile bellezza».

Si tende sempre a parlare di Milano come Capitale del rap, ma la scena romana in che stato di salute è? 

«Milano è la capitale dei soldi, delle etichette, dei contatti, dei ganci, dove la gente per molteplici cause ambientali e culturali sta un po più sul pezzo, tende a quagliare di più, anche se arriva da fuori, ed è diventata la Capitale del rap a causa del fatto che se fai rap ad un certo livello, ed in un certo contesto professionale, non trasferirti a Milano è quasi impossibile. Se poi parliamo di provenienza geografica dei rapper e dei producers che la affollano, tutta questa “capitalità” viene meno. Le organizzazioni operano spesso da Milano ma quasi sempre gli artisti arrivano da altrove».

La vecchia scuola romana (parlo di Assalti Frontali, Colle der Fomento, Cor Veleno, Piotta) è ancora oggi un punto di riferimento oppure è importante emanciparsi dai miti e guardare avanti per fare qualcosa di veramente personale?

«La vecchia scuola romana non ha una sua identità artistica omogenea (come potrebbe?). I nomi che hai menzionato hanno fatto (e fanno) musica molto diversa fra di loro. Molto rap classico di Roma mi piace, ci sono cresciuto, ma ce n’è tanto che non ho mai apprezzato. Quello che posso dire con certezza è che se senti il bisogno di “emanciparti” dal tuo retaggio culturale vuol dire due cose: o non sei orgoglioso delle “fondamenta” musicali della tua città (cosa impossibile se vieni da Roma, comprensibile e condivisibile invece in altre situazioni), oppure non disponi della creatività e dell’originalità necessaria per lasciare che l’identità cittadina che hai (o proprio non hai) si evolva attraverso di te in un qualcosa di nuovo, e questo è molto facile perché per tradurre una appartenenza identitaria in una nuova cifra stilistica, che sia originale, bisogna essere artisti con le palle. Avviene di rado. Molto di rado».

Mi dici la tua sul rap nei Talent?

Sorride: «Ma dici “Masterchef” o “Hell’s Kitchen”?».

Gente de Borgata è la crew alla quale appartieni. Ma le borgate esistono ancora, oppure come già diceva Pasolini 40 anni fa, ormai sono non luoghi, cioè posti che hanno perso identità?

«Le borgate (purtroppo o per fortuna) esistono ancora. Se Pasolini vedesse una borgata di oggi, con i suoi occhi o attraverso il rap che proviene da essa, non la riconoscerebbe, e se un ragazzo di oggi vedesse quelle che lui raccontava probabilmente accadrebbe lo stesso. Ci sono ovviamente degli elementi in comune, dei fili conduttori comportamentali e ambientali, diciamo pure culturali, ma il tempo passa e le città sono organismi complessi, come le persone o le crew, e cambiano in continuazione».

Chi è il king del rap, oggi, in Italia?

«Hahahahahahahahahahah».

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