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Foto di Francesco Filippo

ERALDO BERNOCCHI «Senza silenzio non può esistere nulla. E' la parte più bella della musica»

Quando ti dice che è un autodidatta, un po’ di stupore ti prende. «Sono un chitarrista “sbagliato” nel senso ampio del termine. Sono autodidatta, conosco pochissima teoria, vorrei saperne di più ma alla fine non ho tempo, quindi in carriera ho fatto tesoro dei miei difetti e li ho valorizzati». Eraldo Bernocchi è un produttore, scrittore di colonne sonore, un cultore del suono. La lista di cose che ha fatto è talmente lunga che può permettersi di spaziare su diversi argomenti senza risultare superficiale o poco informato.

I Talent sono un meccanismo perfido che comunica una falsa idea di cosa sia veramente la musica. Chi ci va, almeno per me, sospetto voglia aver successo, essere sotto i riflettori e che della musica vera sappia molto poco

In carriera hai esplorato tantissimi suoni e meccanismi del suono. Oggi da cosa ti senti attratto musicalmente? 

«Il Giappone mi affascina sempre, così come il resto dell’Asia. Ci sono cose molto interessanti in ambito elettronico e metal. I Paesi nordici continuano a produrre interessanti ibridi tra jazz e sperimentazione. La scena che ruota attorno al black metal resta molto interessante per le sue evoluzioni e contaminazioni con altri generi».

Molti, oggi, rimpiangono la vitalità della scena indipendente degli Anni Novanta. Tu sei un nostalgico di quel periodo? 

«No. Non lo sono e penso che tutto fosse derivativo e sopravvalutato. Negli Anni ’90 me ne sono andato artisticamente dall’Italia. C’era poco che potesse interessarmi realmente, e quel poco che c’era si esprimeva all’interno di un regime quasi protezionistico: “Le idee migliori si tengono per il gruppo”, mi disse uno. A me interessava collaborare, scambiare opzioni, idee, suoni, creare cose nuove, o diverse, con altri, non coltivare un giardinetto peraltro molto simile a tanti altri. No, non la rimpiango per nulla, quella epoca».

Band come Afterhours, Marlene Kuntz, CSI, e tante altre, negli Anni Novanta hanno riattualizzato la canzone d’autore italiana. Oggi chi ha raccolto l’eredità di questi gruppi? Vedi in artisti come i Ministri, Calcutta, Dente, I Cani – giusto per citarti i nomi che vanno più di moda – i degni eredi dei gruppi citati all’inizio?

«Non credo che io sia la persona giusta per rispondere a una domanda del genere. Non amo la canzone italiana, eccezione fatta per qualcosa di De Andrè e di Battisti, detesto il rock cantato in italiano. A parte i CSI, in gran parte per Giovanni (Lindo Ferretti, ndr) e i suoi testi, gli altri nomi che mi fai non mi hanno mai detto quasi nulla. Quanto agli ultimi, meglio tacere…».

Hai scritto un post molto interessante sulla partecipazione di Manuel Agnelli a “X-Factor”, schierandoti a favore della sua scelta. Volevo una tua riflessione su questo concetto: dopo la prima puntata si è parlato di Agnelli come personaggio cult per la sua schiettezza, quasi a sorprendersi che un personaggio pubblico possa essere persino sincero, schietto, diretto. Forse in Italia, a tutti i livelli (politico, musicale e altro), abbiamo un problema nel porci con schiettezza nei confronti delle cose che non ci piacciono o ci piacciono? Ti propongo questa riflessione collegandola anche alla capacità/incapacità, da parte degli addetti ai lavori, di recensire i dischi. Oggi sulle riviste specializzate è sempre un fiorire di commenti entusiastici per lavori talvolta modesti, si ha spesso la sensazione che un 7 non lo si neghi a nessuno, e pure un 8 o 9…

«Non è una novità di oggi. Durante gli Anni ’90 mi è capitato di discutere più di una volta con dei giornalisti che davano voti alti ad album di artisti della scena indipendente che fuori da questo Paese avrebbero preso voti pessimi. La motivazione era la buona volontà e la voglia di fare musica diversa dal solito ciarpame italiano. Non credo sia giusto, non credo aiuti alcuno un atteggiamento del genere. Abbassa soltanto il livello delle uscite discografiche. Non penso che la musica appartenga a luoghi geografici ma che abbia la necessità di essere localizzata solo per questioni di comunicazione. Per me un disco italiano vale quanto uno rumeno o francese o americano, da cui deriva che non abbia bisogno di alcun aiuto, di alcuna spintarella. Il disco vale? Bene. Non vale? Male. Semplice. E’ una cosa che mi manda in bestia, e, come fai giustamente presente, prosegue anche oggi, forse ancor di più».

Dimmi di Agnelli…

«Quanto a Manuel. Sì, mi sono schierato dalla sua parte, e lo confermo. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, di scegliere come proseguire la propria vita artistica senza doverne rendere conto ad alcuno. Ovvio, le scelte portano delle conseguenze. Manuel è tosto, sopravviverà e credo si divertirà molto. Non ho idea di cosa stia facendo a “X-Factor” poiché non riesco a immaginare di guardare una cosa così».

Oggi che suonare in giro è difficilissimo e che la concorrenza è tanta, quali strumenti ha un emergente per farsi notare? Forse andare a un Talent?

«No, nella maniera più assoluta. La musica è fatta di passione, sudore, gavetta, studio, esperienza. Non è uno studio televisivo dove si approda selezione dopo selezione. I Talent sono un meccanismo perfido che comunica una falsa idea di cosa sia veramente la musica. Chi ci va, almeno per me, sospetto voglia aver successo, essere sotto i riflettori e che della musica vera sappia molto poco. La rete è un grosso aiuto per chi vuole farsi notare».

L’autoproduzione può essere una strada?

«L’autoproduzione è tornata a essere molto usata. Oggi ci sono più strumenti di prima, basta usarli. I Talent servono solo alle case discografiche ormai morenti e in putrefazione per restare a galla. Tutto qui».

L’ultimo decennio musicale italiano è stato contraddistinto dall’esplosione del fenomeno rap. Chi negli Anni Settanta/Ottanta/Novanta imbracciava una chitarra per esprimere la propria rabbia, oggi preferisce usare rime, una base e un microfono. Mi dici che opinione hai tu del rap? Un genere che hai persino incrociato in alcune tue produzioni.

«Ho avuto la fortuna di incrociare le mie produzioni con un mondo hip pop di altri tempi e realtà, che nulla a che fare con ciò di cui mi domandi. Ho remixato Prince Paul, incontrato un paio di volte Flavor Flav, lavorato fianco a fianco con produttori di Brooklyn, passato del tempo con Killah Priest dei Wu-Tang Clan e altro. Ciò di cui tu mi domandi è roba di plastica. Mi piace il rap, ma quello vero. La versione italiana non mi ha mai convinto, a parte la prima ondata di cose come Assalti Frontali, Onda Rossa Posse, ecc. Quella era rabbia vera, questi sono dei bambocci con l’attico a Milano che pensano di fare paura a qualcuno atteggiandosi a cattivoni. Appena prendono un aereo e vanno a LA o a NYC li prendono a pedate e li rispediscono a casa. Come è già successo. Poi posso benissimo sbagliarmi, non conosco tutto ciò che esce ma ciò che vedo è tragicomico».

E’ importante interfacciarsi con altri musicisti, non restare confinati nella propria stanzetta o nella propria cerchia per sentirsi dire quanto si è bravi. Le delusioni sono un’ottima scuola. Più invecchio più mi rendo conto di quanto mi siano state utili

Il tuo lavorare sulla musica è stato, spesso, anche un lavorare sulla cultura di certe sonorità, sulla tecnica – in quest’ottica mi riferisco in particolar modo ai tuoi lavori con Bill Laswell. Oltre a saper suonare uno, due, tre strumenti, quanto è importante anche approfondire le origini di un suono, provare a perfezionare il proprio bagaglio culturale?

«E’ importante la visione che si ha della musica. La tecnica ha la sua importanza ma fino a un certo punto perché puoi essere un Dio delle sei corde, puoi scrivere musica per 55 tromboni e fare cose orribilmente banali. E’ importante interfacciarsi con altri musicisti, non restare confinati nella propria stanzetta o nella propria cerchia per sentirsi dire quanto si è bravi. Le delusioni sono un’ottima scuola. Più invecchio più mi rendo conto di quanto mi siano state utili. Sono un chitarrista “sbagliato” nel senso ampio del termine. Sono autodidatta, conosco pochissima teoria, vorrei saperne di più ma alla fine non ho tempo, quindi ho fatto tesoro dei miei difetti e li ho valorizzati. Stessa cosa l’esplorazione del suono, deve essere instancabile. E non si tratta solo di nuove tecnologie, che spesso distraggono dalla realtà sonora a causa della miriade di possibilità che forniscono, ma della mancanza di esplorazione. Il suono è un’entità viva, che cambia e si adatta all’ambiente circostante e come tale va trattato, la ricerca sonora, anche in ambito pop, dovrebbero essere costante. Un dialogo con le vibrazioni, le frequenze. La musica è un tutto che dipende ed esiste in virtù del suono, prima ancora di saper suonare qualcosa bisognerebbe comprendere quanto sia importante questo concetto e lo spazio. Il silenzio. Senza silenzio non può esistere nulla. E’ la parte più bella della musica».

Dopo tanti anni di lavoro, cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la musica?

«Tutto e niente. E’ una passione che brucia, qualcosa di cui non posso fare a meno. Una droga senza la quale sto male. Dall’altro lato la musica ti leva molto, fai una fatica bestiale per viverci, non sempre ci riesci. Quando ti sembra di esserci riuscito tutto crolla, magari fallisce la casa discografica, il tour si annulla… E devi ricominciare daccapo. Ti porta via un sacco di energie, di sogni, di voglia di fare. Dall’altro lato ti dà tutto, ti regala la voglia di andare avanti, la soddisfazione di suonare anche per una sola persona che apprezza ciò che fai. Dipende come la vivi. Se fai musica per avere successo secondo me stai sbagliando. La musica la fai perché la fai, se poi arriva il successo ben venga ma non è quello, almeno per me, l’obiettivo. Per me è già un successo poter vivere di musica. E’ una vittoria. Sono molto fortunato e parte di questa fortuna la devo anche a mia moglie, la video artista e grafica Petulia Mattioli, che fin dall’inizio mi ha supportato. Camminare insieme è un grande aiuto quando vorresti mollare tutto».

Le case discografiche, negli ultimi anni, hanno imboccato la via delle fusioni, del ko per manifesta superiorità della rete. Secondo te qual è stato il loro errore maggiore e che futuro vedi per le etichette (grandi e piccole) e per la musica? Si andrà sempre di più verso lo streaming, verso una valanga ancora maggiore di materiale in rete oppure credi ci saranno altri scenari?

«Sta finendo tutto. Anche lo streaming inizia a zoppicare, e ne sono felice. Gente come Spotify non merita rispetto: paga gli artisti delle briciole dando l’impressione a chi si abbona che sia tutto giusto e legale. Certo che è legale, nessuno lo nega, ma sarebbe bello che la gente sapesse veramente che razza di contratti propongono queste merde. Molta della mia roba finisce su piattaforme streaming, non posso obbligare altri artisti a seguire le mie scelte, su ciò che posso decidere da solo invece resto inflessibile. Non avranno mai nulla di mio. Le grandi case discografiche si meritano di morire, negli ultimi 20 anni sono rimaste immobili a osservare il mondo che cambiava senza fare nulla. Ora corrono ai ripari con lo streaming e i Talent, alla fine moriranno comunque. Ma la colpa non è solo loro. E’ anche dei governi che non hanno valorizzato la musica in alcun modo e non hanno punito severamente, e per severamente intendo molto severamente, chi scarica illegalmente e allo stesso tempo hanno fatto pochissimo per far capire alla gente che è sbagliato rubare».

Vai avanti…

«Mi capita spesso di discutere con persone che mi dicono candidamente che hanno scaricato i miei dischi, che non comperano album da anni perché scaricano tutto, per loro è normale, specialmente in Italia. Lo fanno perché possono, non pagherebbero manco 5 centesimi. Alla fine diventerà tutto un’enorme blob di dati e streaming senza alcuna direzione da seguire, senza interesse vero, solo una lista infinita di titoli senza senso, una compilation orribile. Dall’altro lato per fortuna la rete aiuta e l’autoproduzione è ciò che sta veramente prendendo piede insieme alle piccole labels, che crescono sempre di più perché dirette da gente con la passione vera per la musica. E’ l’unica speranza. Il resto è già morto, e forse è anche un bene. Tutto cambia, morire non è necessariamente un male. E’ un cambiamento come tanti altri. Sposta le energie da un luogo a un altro. Chissà, magari accadrà qualcosa di meraviglioso, no?».

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