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ERALDO BERNOCCHI – PRAKASH SONTAKKE Invisible Strings

Vogliamo essere sinceri, a noi certi suoni... indiani dopo un po' danno a noia, ci sembrano un po' tutti uguali. "Invisible Strings" è però la prova che tu puoi prendere una cosa, mescolarla con un'altra e creare un suono che non è più somma di addendi, ma prodotto omogeneo. Qui da un lato c'è l'indiano con le sue chitarre, cioè Prakash Sontakke, dal lato opposto c'è Eraldo Bernocchi con il suo armamentario di invenzioni elettroniche (e chitarre, ovviamente). Alla fine il risultato va ben al di là di ogni attesa, perché le 9 tracce in scaletta (strumentali) parlano una "lingua"…

Score

QUALITA' - 72%

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invisible strings

Vogliamo essere sinceri, a noi certi suoni… indiani dopo un po’ danno a noia, ci sembrano un po’ tutti uguali. “Invisible Strings” è però la prova che tu puoi prendere una cosa, mescolarla con un’altra e creare un suono che non è più somma di addendi, ma prodotto omogeneo.

Qui da un lato c’è l’indiano con le sue chitarre, cioè Prakash Sontakke, dal lato opposto c’è Eraldo Bernocchi con il suo armamentario di invenzioni elettroniche (e chitarre, ovviamente). Alla fine il risultato va ben al di là di ogni attesa, perché le 9 tracce in scaletta (strumentali) parlano una “lingua” che va oltre il classico concetto di nord, sud, est od ovest del mondo, questa è musica che ha una struttura, che ha un’anima universale. E c’è pure una discreta fruibilità pop, nel senso che quasi tutti i brani hanno orecchiabilità – ci avesse cantato sopra un Raiz a caso, alcuni sarebbero persino potuti finire nelle radio commerciali. Insomma, un bellissimo lavoro, che conferma Bernocchi come uno dei più bravi nel suo genere. L’episodio migliore? “From Star To Star”.

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