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ESA «Le visualizzazioni su YouTube non ti rendono un rapper fatto e finito»

Se vent’anni il rap fa fosse stato battezzato, Esa sarebbe stato uno dei padrini italiani della cerimonia. «Il genere è da due decenni nel nostro Paese e da quattro nel mondo ed è bello vedere le tante sfaccettature che ha saputo collezionare in questo arco di tempo». Quello di Esa è un rap che ama mischiare cose alte e basse, riflessioni e ballo.

Partiamo dal valore da dare al rap attuale…

«Non credo a quell’equazione che etichetta il rap dei Talent come un prodotto di “Serie B”, mentre è di “Serie A” quello che viene dal ghetto. Il rap è un prisma con tante facce: c’è quella pulita e semplice di Moreno, che intrattiene le mamme, le nonne e i bambini, e poi c’è il rap con accenti più complessi e più adulto come quello mio, di Tormento, dei Colle Der Fomento, di Kaos One. Insomma, la scelta è vasta e ogni ascoltatore può trovare la giusta soddisfazione».

Com’è cambiato il rap in questi anni?

«Internet è stato lo spartiacque fra passato e presente. Negli ultimi tempi è diventato il mezzo fondamentale per incontrarsi e per proporre le proprie idee a una platea di appassionati e non soltanto. Una volta ti davi appuntamento al liceo, ora parte tutto da Internet. Ma è solo un trampolino di lancio, nessuno si illuda».

Cioè?

«Le visualizzazioni su YouTube non ti rendono un rapper fatto e finito, ci vuole anche la credibilità, quella la costruisci nel tempo: coi live e seguendo un tuo percorso. Insomma, così come ci si incontrava ugualmente anche prima dell’avvento dei cellulari, allo stesso modo Internet non ha reso il rap qualitativamente migliore, ha semplicemente aiutato le persone a condividere idee e materiali».

Hai dei consigli per i giovani rappers?

«Divertitevi sempre e fate cose utili prima di tutto per voi stessi e per il prossimo».

Consiglieresti la partecipazione a un Talent?

«Io consiglio di fare musica, di seguire una traiettoria che non dev’essere per forza di cose finalizzata all’avere successo o all’andare in tv. Quello che è importante, per chi comincia, è fare le proprie cose, tirare fuori le basi e rappare per il piacere di star bene, di sentirsi in pace con se stessi. Se poi quello che produci piace anche ad altri, allora il cerchio si chiude, ma non dev’essere un’ossessione avere successo».

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