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FABRI FIBRA «Non canto cose che non “sento” e il successo mi ha shockato»

Odioso, antipatico, stronzo, indisponente, falso. Alzi la mano chi non ha mai sentita una di queste parole associata a Fabri Fibra. Poi però te lo ritrovi davanti e i preconcetti non reggono. Ti accorgi che il Tarducci, che di nome fa Fabrizio, è più vero di tanti e molto alla mano. Parla a ruota libera e – sorpresa – non ha ereditato dai “fratelloni” americani del genere, il vizio di sparare sentenze giusto per suggestionare.

Ti porti dietro tante cattive dicerie, perché?

«Molti mi definiscono odioso perché forse parlo in maniera schietta. Io sono così. Non canto cose che non “sento”, anche perché lo vedi in faccia quando qualcuno intona liriche su tematiche che in realtà non gli interessano per nulla».

Cosa ti ispira?

«Il quotidiano, il confronto con gli altri. Non sono uno che scrive di continuo, diciamo che mi capita di pensare parecchio durante la giornata, e poi di sera cerco di raccogliere i pensieri, e di dar loro una forma, la mia forma».

Tv, giornali, ti suggestionano in tal senso?

«Leggo parecchio i giornali, e mi piace ascoltare la gente che discute per strada. A volte fatico a credere a quello che leggo o a quello che sento, poi magari accendo la tv e mi rendo conto che, cavolo, è tutto vero, certe cose succedono realmente».

La tv è diventata anche un ottimo mezzo per veicolare il dolore…

«La tv è un anestetico, il suo schermo… scherma i sentimenti. Se per strada vedi un incidente, rimani colpito, senti rumori, odori, percepisci determinate sensazioni nell’aria, invece quando le vedi in televisione, certe cose, non arrivano nella loro dolorosa interezza».

Cosa ti ha insegnato il rap?

«A confrontarmi con gli altri».

E il successo?

«Il successo mi ha shockato, mi ha messo di fronte a nuove realtà, come il parlare con gente che non conosco o vedermi fermare per strada».

Sai che per molti ragazzi sei un esempio?

«Forse molti ragazzi si riconoscono in me perché canto quello che anche loro hanno in testa. Comunque spero che ascoltino la mia musica e poi si facciano un’idea personale partendo dagli spunti che racconto».

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