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FEDERICO FIUMANI «Quella volta che dissi di no al Festival di Sanremo...»

Il punk, il rock e quell’età che avanza, che diventa qualcosa di diverso dalla gioventù, qualcosa di cui apprezzare i risvolti: «Superati i 50 anni non si sta male, è una bella età: l’energia non è più quella di prima, ma la minor forza fisica è compensata dalla maggior forza morale». Parola di Federico Fiumani.

Parto da una tua recente intervista: “Sono sempre stato un tipo cupo, ombroso”. Un po’ come Faber?

«Non scomodiamo De Andrè. Per quanto mi riguarda, in gioventù sono stato spesso vicino a quella definizione, ora sono più sereno, forse perché il tempo da vivere si sta assottigliando».

Ti senti vecchio?

«No, la voglia di fare c’è sempre e credo che la mia sia davvero una bella età, però è innegabile: non sono più giovane».

Rimpianti ne hai?

«Rimpiango la new wave e il punk, ma è giusto che ogni generazione abbia nuovi miti. Sarebbe insopportabile vivere guardandosi sempre alle spalle».

A 20 anni hai voglia di stare in mezzo alla gente, di fare casino, a 50 anni ti rendi conto che stare per i fatti tuoi è un grande valore. A volte ti aiuta persino a stare meglio

Il punk di quarant’anni fa è il rap di oggi?

«Il rap non mi piace affatto, lo trovo lontano da me. Io amo la chitarra e per chi fa rap è solo un misero accessorio. Detto questo, è senza dubbio un linguaggio che piace ai giovani di oggi ed è “…la Cnn dei poveri” come dice qualcuno. Ho rispetto per il genere ma i miei gusti sono altri».

Per un sacco di tempo hai sostenuto che la solitudine è una delle tue principali fonti di ispirazione. Lo è ancora?

«A 20 anni hai voglia di stare in mezzo alla gente, di fare casino, a 50 anni ti rendi conto che stare per i fatti tuoi è un grande valore. A volte ti aiuta persino a stare meglio».

La perdita di tuo padre da bambino è ancora una ferita aperta?

«E’ una ferita di guerra, e come tutte le ferite alla lunga si cicatrizza ma non va via. Alla fine ci convivi per spirito di sopravvivenza, sai che puoi fare certi movimenti, ma non ne puoi fare altri perché sennò avverti un dolore che non si può spiegare. La mia vita è stata difficile dopo quell’evento, ma ho dovuto guardare oltre per poter vivere».

Dal bimbo di un tempo, ai giovani di oggi. Ti piacciono?

«Sì, mi piacciono molto i ragazzi di oggi. E gli sono riconoscente: vederli coinvolti dalla mia musica è un mistero anche per me, però è bello, entusiasmante, sembra qualcosa di magico».

Se nel 1990 avessi avuto più coraggio, oggi saresti noto anche a molti genitori di questi ragazzi…

«Se ti riferisci alla possibilità di andare a Sanremo, non ho rimpianti».

Come andarono le cose?

«Avevo firmato con la Ricordi e là dentro tutti sostenevano che per i gruppi rock non c’era futuro, volevano quindi che diventassi un cantautore classico, ma lasciai perdere e me ne tornai dell’underground rifiutando l’idea di partecipare al Festival».

E dicesti addio anche a qualche soldo…

«Giravano dei gran soldi all’epoca, ma non era l’ambiente adatto a me. Un giorno mi dissero: “…ora ci mettiamo qui e scriviamo un bel pezzo commerciale”. Risposi: “…no, grazie” e girai i tacchi».

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