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Il simbolo dei Fratelli Quintale è il Bigfoot, la mascotte che li accompagna in ogni loro avventura

FRATELLI QUINTALE «Noi, la gavetta e la voglia di non fare cose semplici...»

Arrivano da Brescia, i Fratelli Quintale. E “Tra il bar e la favola” è il loro nuovo album, ennesimo passo avanti in una (giovane) carriera in cui le tappe sono state conquistate un pezzo alla volta, senza imboccare comode scorciatoie.

Iniziamo col parlare di Milano, la città che nell’ultimo periodo avete abbracciato per esigenze lavorative. Che posto è? Quanto è diversa dalla vostra Brescia?

Mario Quintale: «E’ una giungla. Per noi l’arrivo a Milano è stato come ricominciare da zero. Sai, a Brescia abbiamo la nostra fanbase, abbiamo già un nome, nel momento in cui ci siamo spostati nel capoluogo lombardo è stato un po’ come rimettersi in gioco e ricominciare da zero. Avevamo già qualche contatto, qualche conoscenza nell’ambiente, quindi proprio da zero non siamo partiti, però un conto è venirci a suonare una sera, un conto è vivere a Milano. Il ritmo di vita è completamente differente rispetto a quello di Brescia».

E’ una città che stimola?

Mario Quintale: «Stimola, sì, ma in maniera positiva. Anche perché noi non siamo mai stati un gruppo capace di provare invidia nei confronti di un collega. La competizione la viviamo sempre in modo positivo e mai in maniera ossessiva o negativa».

Frahone Quintale: «La cosa che stimola di Milano è trovare attorno a te persone che fanno in maniera professionale quello che magari tu a Brescia fai a livello quasi amatoriale. Perché in una scena piccola come Brescia, hai inevitabilmente meno possibilità per lavorare nel mondo della musica in una certa maniera. Quindi è bello stare in una città che valorizza il tuo modo di fare arte, e che non ti vede come il gruppo di ragazzini che fa musica per hobby, tutto è visto in un’ottica più professionale».

Città grande, etichetta grande, disco importante. Quanta carriera vi state giocando in questo momento?

Frahone Quintale: «Questo è il momento di farsi forza per passare da una realtà semi professionistica a una realtà più matura. Per fare un esempio: abbiamo giocato per tanti anni in Serie B e adesso siamo sul grande palcoscenico della Serie A».

Mario Quintale: «Direi che ci stiamo giocando tutto. E il nostro disco è la perfetta sintesi di questo nostro momento: abbiamo infatti voluto rischiare portando all’attenzione del pubblico una proposta nuova per il panorama rap italiano, e non parlo solo della combinazione rap e cantato, ma anche dei suoni utilizzati. Però chi non risica non rosica e fare le cose che sai fare già bene non è stimolante come il prendersi dei rischi provando a punzecchiare il pubblico con qualcosa di nuovo».

Sembra quasi una sfida da incoscienti…

Mario Quintale: «Parlerei più che altro di sfida con noi stessi: ci piace metterci in gioco, non battere strade facili, il nemico più grande siamo noi».

La reazione del pubblico finora qual è stata?

Mario Quintale: «Positiva, la maggior parte ha capito il viaggio alla base di questo disco e questa cosa è davvero molto appagante. Così com’è appagante ricevere messaggi del tipo: “Non ascoltavo un album del genere da un sacco di anni“. Oppure: “Cavolo, sembra scritto apposta per me“».

Tanto lavoro sulle liriche, vero?

Mario Quintale: «Sì, la gente non è abituata a sentire certe cose, perché l’andazzo nel rap attuale è raccontare “quanto sei figo, quanto fai schifo, quanto sono bravo, mentre tu no”. Il nostro disco parla semplicemente di emozioni, della vita quotidiana di due ragazzi di 25 anni. Ricordiamoci sempre che la musica è principalmente emozioni».

La Carosello, la vostra etichetta, quanto ha inciso sul risultato finale?

Frahone Quintale: «Nessuna pressione. In realtà l’etichetta ha sentito il disco quando era quasi finito (non era mixato) e lo ha apprezzato subito. Insomma, le scelte sono state tutte nostre. E ti dirò di più: quando abbiamo portato i primi provini sono rimasti abbastanza sconvolti, perché si aspettavano un disco rap e forse ci avevano messo sotto contratto perché volevano un disco rap, soltanto che noi siamo così, ci piace complicarci la vita. Comunque, battute a parte, alla Carosello hanno apprezzato fin da subito il nostro prodotto e ci hanno dato la possibilità di esprimerci al meglio senza imporci paletti».

Finora la vostra carriera è stata contraddistinta dalla gavetta. Ditemi qualcosa sui Talent invece…

Frahone Quintale: «Sono una scorciatoia. Nel senso: magari ci vai e vinci pure, ma non ti danno quelle basi solide che invece sono legate a doppio filo alla gavetta. Perché fare dei palchi con sotto 5 persone è comunque importante nel corso di una carriera, avere sotto anche solo 3 persone ed essere fiero di fare la tua roba non è una cosa di poco conto, ti spinge a dare sempre il meglio di te in ogni situazione. Mentre il Talent è quel calcio in culo che ti dà visibilità, ma non dura più di 2 anni».

Mario Quintale: «Il Talent è più oro che luccica, ma la musica è altra roba e ricordiamoci che in questo ambiente nessuno ti regala nulla. Potrei citarti tanti esempi di artisti – cantautori, eh, non rapper – che usciti dai Talent facevano concerti da 10/15 mila persone e dopo 6 mesi suonavano alla Sagra del Pistacchio con sotto i parenti. A livello emotivo è una botta pazzesca passare da una platea enorme a una molto più piccola nel giro di poche settimane. Se non sei una persona con due palle quadrate, poi venirne fuori non è semplice. Devi imparare a camminare con le tue gambe, sennò in questo ambiente ti mangiano vivo. La gavetta è importante, ragazzi, perché ti prepara ad affrontare questo mondo».

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