IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
Home > Interviste > FREDDY KEY
FREDDY_KEY

FREDDY KEY «Non siamo in America, vero, ma i ghetti ci sono anche qua»

E’ suo, di Freddy Key, uno dei migliori dischi rap usciti in questo primo scorcio di 2015. “Ecce Homo” è un album fatto con personalità. Scopriamo qualcosa in più dell’autore…

La prima cosa che voglio chiederti è sul tuo difetto di pronuncia. C’è qualcuno che ti ha scoraggiato a iniziare a fare rap?

«In realtà mi piace avere la erre moscia, dato che la reputo una delle lettere più complicate a livello fonetico. Gli inglesi, che non la possiedono così marcata come noi italiani, hanno un linguaggio più fluido, più sciolto e secondo me più adatto al rap, lo stesso i francesi».

All’inizio mai avuto delle remore?

«Non mi sono mai lasciato abbattere da questo difetto, volevo fare rap, ascoltavo Ted Bundy, non ci ho mai pensato troppo e se c’è gente infastidita dal mio modo di parlare non ci posso fare molto».

Mi piacerebbe sapere qualcosa sul contesto sociale dal quale arrivi. Intendo quartiere, amicizie nell’ambiente, stimoli avuti da adolescente.

«Vengo da un quartiere povero di Mantova, un’accozzaglia di palazzoni grigi, con tetti d’amianto e garage sotterranei, chiamato Lunetta. Hanno costruito un sacco di case popolari mettendoci dentro tante persone ed etnie diverse. Insomma, quello che succede in molti altri posti d’Italia, facendo aumentare liti o disordini vari. Per quanto mi riguarda passavo le giornate nel cortile interno del mio palazzo, o in Graziella o con motorini modificati, per le vie del quartiere fermandomi ogni tanto a fare due tiri con il pallone, a dichiarare guerra ai ragazzi della via vicina, a inventare un modo per racimolare dei soldi, insomma, le solite cose, perdevo tempo. Alla sera leggevo vagoni di fumetti Marvel e così via fino a quando ho trovato il mio primo lavoro, a ben 17 anni».

Io amo l’underground come mentalità e approccio musicale ma, sinceramente, lo odio a volte perché appare davvero troppo bigotto e chiuso

Sembra che tutti i rapper italiani arrivino dal ghetto di New York. Quanta ipocrisia c’è nell’ambiente e soprattutto che strumenti ha, l’ascoltatore, per capire cos’è vero e cos’è falso?

«Rispondo citando una frase: “Tu non vieni dalla strada! Solo chi non ci viene può pensare sia cosa di cui vantarsi”. Più o meno era così, credo. Un ascoltatore comunque può benissimo seguire un MC che non è realmente di strada se però le sue favole e i suoi racconti sono scritti bene e apprezzati. Non siamo in America, vero, ma i ghetti ci sono anche qua, la musica è musica e ogni persona ha diritto di raccontare ciò che vuole, magari anche bugie, se sono dette bene. Personalmente non riuscirei mai a parlare di cose non vissute: come si può fare la sintesi di un libro mai letto?!».

Ho trovato sul web che hai una quantità innumerevole di libri che però non hai mai letto. La cosa mi ha incuriosito. Mi aiuti a capire meglio?

«Sì, in realtà era una battuta ma c’è un fondo di verità. In un periodo dove ero particolarmente amante della lettura, riuscivo a prendere anche quattro libri a settimana, che poi si ammucchiavano piano piano. Non facendo in tempo a leggerli tutti ho creato una pila di libri che ancora non sono riuscito a leggere. Definiamolo un ingorgo letterario».

C’è un libro o un film che ha cambiato radicalmente il tuo modo di pensare?

«“I fiori del male” di Charles Baudelaire come libro e poi “Avatar” come film. No, dai, scherzo naturalmente. Come film direi “American History X” di Tony Kaye».

Qual è il miglior consiglio che hai ricevuto da chi ha più esperienza di te in ambito hip hop?

«“Freddy cerca di essere sempre te stesso e metti tutto te stesso in quello che fai” dal grande Tormento».

Possiamo dire che oggi Fedez, Fabri Fibra e Guè Pequeno sono le punte di diamante della scena italiana? A te piacciono?

«Possiamo forse dirlo, sì. Alcune cose mi piacciono ma diciamo che non è proprio il mio genere preferito di rap quello espresso da loro».

Oggi tutti vogliono il rap, tanto è vero che è persino sbarcato nei Talent o in trasmissioni tv di puro intrattenimento. Tu a quale pubblico ti rivolgi, quale pensi (potenzialmente) che sia più vicino all’immaginario che narri?

«Mi rivolgo a un pubblico di folli ed emarginati! Questo è il pubblico migliore».

Funziona con le ragazze fare rap? Oppure tutta quella figa che vediamo nei video hip hop resta un’illusione?

«Per il rap che faccio io non funziona per nulla, anzi! Piuttosto le spavento. Ma comunque io sono felicemente fidanzato».

Esiste ancora una differenza tra “rap commerciale” e “rap underground”. Oppure sono scatole vuote che non dicono nulla? E soprattutto, ci sono, a tuo avviso, artisti italiani che sono bravi a stare nei due blocchi? Molti, in tal senso, citano Clementino. Cosa ne pensi?

«Per me esistono eccome queste due categorie, poi è tutto soggettivo, molte volte. Io amo l’underground come mentalità e approccio musicale ma lo odio a volte perché appare troppo bigotto e chiuso. Non ascolto molto il rap del nostro Paese: Clementino mi piace molto, ascolto sempre Noyz Narcos che stimo davvero tanto per il genere che ha creato in italia. Come miglior artista nei due blocchi, voto Ensi».

Tag