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GABEN

GABEN «Mi interessano le frasi sintetiche, poche parole e note che riescono a mandare più immagini»

Ognuno di noi ha un amico che quando apre bocca stai lì ad interrogarti per qualche secondo sul senso logico di ciò che ha detto. Gaben è quell’amico lì. Quindi se avete familiarità con la sua musica, nessuna delle sue risposte vi sembrerà indecifrabile, al contrario qualche conto potrebbe non tornare. Niente paura. Garantiamo noi per lui: il suo ultimo disco dal titolo “Vado” è parecchio interessante.

Se cerchi il tuo nome sul web, escono fuori tue foto con Violante Placido su giornali rosa. Che ricordi hai di quella esperienza? Pensi che il gossip sia un diritto del pubblico oppure una terribile invadenza?

«Suonare, andare in giro, delirare, fare le valigie, la foresta sotto casa, la Piramide che parla, i coccodrilli, fragole, cuori e panna. Le informazioni imprecise e/o inventate, le foto sgranate, rendono tutto sfocato, patinato e sbiadito insieme, creano un’altra realtà, quelle immagini si distaccano da chi c’è nella foto; ad alcune persone piace, possono farsi i loro viaggi e quelli degli altri, anche a me a volte piace. Parlare di diritto del pubblico, però, mi sembra eccessivo».

Rispetto al precedente, questo album flirta molto di più (o meglio) con l’orecchiabilità. Insomma, è più accessibile, non trovi?

«Mi interessano le frasi sintetiche, poche parole e note che riescono a mandare più immagini e più significati, la ricerca del disco va in questo senso di crudezza e incisività che cattura di più l’attenzione, forse. Mischiare le cose è un modo per crearne altre nuove, i confini si dissolvono, sfumano tra loro».

Tu hai lavorato con tanti artisti. Quanto ego e quanto talento hai trovato nella scena indipendente italiana? Te lo chiedo perché spesso, una critica che viene mossa a chi fa musica nel nostro Paese, è di metterci tanta spocchia e poco talento. E’ davvero così?

«Di ego spropositati se ne incontrano, ma è la base in questi territori; anche un po’ di arroganza ci vuole, ma, è chiaro, che entrambi sono meglio tollerati se accompagnati da altrettanto talento e determinazione. Quindi bisogna lavorare duro per permettersi un po’ di spocchia, cosa che non sempre avviene».

Il titolo del disco è aperto a mille interpretazioni. “Vado” dove e con chi?

«Infatti! La parola “Vado” significa anche guado, passaggio, varco tra le montagne, anche la lettera “V” sembra indicarlo. Io per il momento vado a 44.100 Khz, nei lettori mp3 con i musicisti che hanno suonato: Andrea Moscianese, Piero Monterisi, Mino Vitelli, Stefano Mariani. Dal vivo sarà con me alla batteria Leziero Rescigno, con il quale collaboro anche in altri progetti (Mauro Ermanno Giovanardi e Francesca Lago), suoneremo il 16 aprile al Vinafest (Festival della Vina Records) a Torino. Vieni?».

Grazie dell’invito. I tuoi testi sono leggeri e profondi nel contempo. Come lavori su di essi?

«Appunto frasi qui e lì, piccoli frammenti, poi rimetto tutto insieme. Cerco di farlo in modo chirurgico usando meno parole possibili. Mi piacciono le poesie brevi, i giochi di parole, gli aforismi, lo haiku».

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