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GIORGIENESS
Foto di Chiara Mirelli

GIORGIENESS «La musica mi salva la vita, me l'ha salvata in passato e andrò avanti finché continuerà a farlo»

Lo confessiamo. A noi piace un sacco. Tant’è vero che non abbiamo ancora avuto il coraggio di scrivere del suo primo disco (“La Giusta Distanza”) perché vogliamo capire se in seconda battuta l’entusiasmo scemerà. Abbiamo però voluto intervistarla, perché Giorgieness (il progetto della cantante e chitarrista Giorgie D’Eraclea) ha davvero molto da dire.

E’ difficile leggere qualcosa di negativo sul tuo progetto. E questo da diversi mesi. Il carico di critiche positive è diventato anche carico di pressioni?

«Sinceramente no, nel senso che cerco davvero di non soffermarmi troppo su quello che dice la critica, ma basarmi più su ciò che succede ai concerti, quello è secondo me il vero banco di prova. E non riesco a vivere come qualcosa di negativo il fatto che la gente venga e sia partecipe ai live. Ovviamente leggo tutto ciò che esce, gioisco e ci rimango male a volte, ma cerco davvero di prendere il buono delle critiche e continuare a lavorare secondo coscienza. Non so come affronterò in futuro le aspettative su un prossimo disco, ma direi che è presto per pensarci».

Negli ultimi due anni tantissime artiste hanno guadagnato una ribalta importante sulla scena indipendente: da Levante a Maria Antonietta, passando per Mimosa e ovviamente anche il tuo progetto. E’ un caso oppure c’è un filo che lega tutti i vostri percorsi?

«Penso sia un caso, le artiste che hai citato – insieme a molte altre che stanno emergendo – sono a mio parere molto diverse tra loro. Sono abbastanza schierata contro il “ghetto” o se vogliamo il calderone, in cui spesso si tende a mischiare le donne che fanno musica. Io non ci penso più di tanto, e trovo che sia spesso controproducente fare serate a tema “rosa” proprio per la diversità che c’è tra tutte noi ragazze “con la chitarra”. Ciò detto, mi fa piacere che sempre più donne riescano ad emergere».

Fra le tue artiste preferite c’è anche Amanda Palmer, che ha avuto un percorso personale particolare (è stata stuprata a 20 anni). In che misura la musica, secondo te, aiuta a superare o a gestire o a metabolizzare i piccoli/grandi drammi della vita?

«Credo che la musica debba essere in primo luogo qualcosa che aiuta chi la fa a stare meglio. E’ così che riesci a comunicare qualcosa. Amanda Palmer è un ottimo esempio, infatti, di come una vita non semplice possa essere esempio di forza. Quando sei esposto come lo può essere lei, diventi anche una sorta di modello per le persone che ti seguono, qualcuno che “se ce l’ha fatta lei, posso farcela anche io”. Personalmente la musica mi salva la vita, me l’ha salvata in passato e andrò avanti finché continuerà a farlo. Ci vuole anche una certa dose di egocentrismo nel pensare che le cose che succedono a te possano interessare agli altri, ma alla fine è questo il gioco, no?».

Hai avuto un paio di proposte per partecipare ai Talent nel 2015. Il non esserci voluta andare è stato per non rischiare di bruciarti oppure perché pensi che siano programmi realmente inutili per una emergente?

«Credo che non sia un percorso adatto a me, semplicemente questo. Non ci sono regole universali, se qualcuno si ritrova in quel meccanismo ben venga e non sta a me giudicare, ma per quello che voglio fare io, ovvero scrivere e suonare, non è lo spazio adatto. Credo ciecamente nella gavetta e nel procedere per gradi, senza bruciare tappe fondamentali con un’esposizione che porta a spegnerti dopo poco tempo. In più, l’idea di andare a litigare in tv non mi entusiasma, trovo davvero quell’ambiente molto triste, e non parlo solo dei Talent ma della tv in generale. Io a casa non ce l’ho e quando mi capita di vederla mi sembra sempre la festa di Natale dove alla fine sono tutti ubriachi e lo zio racconta barzellette imbarazzanti».

Mi dici la tua sulla presenza di Manuel Agnelli, come giudice, al prossimo “X-Factor”? Ha fatto notevole scalpore. A te ha stupito?

«Ma lo posso dire che non me ne frega niente? Nel senso, ne parlavo con una mia amica che ha qualche anno più di me. Voleva sapere cosa ne pensassi e io le ho detto esattamente questo. La mia generazione è abituata ad essere tradita dai propri modelli, ci hanno detto “kill your idols” ma il fatto è che si sono suicidati in massa e ormai non mi stupisco più di niente. Personalmente non sono neanche disillusa, perché non ho mai avuto modo di illudermi di nulla. Quindi non mi interessa giudicare le scelte di Agnelli, che non conosco. Io continuo serena ad ascoltare “Hai Paura del Buio?” e a non guardare “X-Factor”».

Nel video di “Come se non ci fosse un domani” sei rincorsa da decine di te. C’è differenza fra Giorgieness e Giorgie? O meglio: quanta differenza passa tra queste due parti di te?

«Giorgieness è il mio lato da palco, una parte fondamentale di me ed è verissima, non c’è costruzione, non ci sono ragionamenti dietro. E’ anche vero che non c’è solo quello. Credo sia una domanda complessa e la risposta non può che essere confusa. Perché in una persona ci sono tanti lati, tante sfumature. Giorgieness è il mio lato migliore ma anche quello peggiore, senza filtri. Oserei dire che è la parte più autentica. Vivo le cose che canto, e scrivo solo cose di cui ho avuto esperienza sensibile, ma ci sono lati di me che ancora non mi sono sentita di condividere o non hanno trovato spazio in Giorgieness. Ma del resto nemmeno io so tutto di me. Tutto questo per dire che sì, siamo una cosa sola ma c’è anche altro e non mi conosco ancora così bene per dare una risposta definitiva. Quello che so è che chi mi conosce davvero, ascoltando il disco, ha detto “sei tu”. Però Giorgieness è anche Davide, Luca e Andrea. E tutto il team di persone splendide che abbiamo attorno che non ringrazio mai abbastanza. Hanno visto qualcosa in me e sono riusciti a tirarla fuori».

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