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GIORGIENESS
Foto di Chiara Mirelli

GIORGIENESS «Non si diventa super eroi in tre anni»

A un anno e poco più dall’uscita de “La Giusta Distanza”, album di esordio della band che vive tra Milano e la provincia di Como, è arrivato “Dimmi Dimmi Dimmi”. Un nuovo brano che anticipa il nuovo lavoro atteso per l’autunno. Ghiotta l’occasione per parlare con Giorgie D’Eraclea, cioè Giorgieness, della nuova canzone ma anche di contaminazioni, rabbia, speranze e persino di uomini.

Il brano rimanda la mente a due canzoni: “Tom’s diner” di Suzanne Vega (l’inizio ha una linea melodica molto simile al famoso “tu, tu, turu”) e poi ovviamente il titolo a “Quando Quando Quando” di Tony Renis. Sono due coincidenze? La Vega e la scuola cantautorale italiana sono tuoi punti di riferimento?

«C’è una storia buffa dietro a questa cosa di Suzanne Vega, ovvero io quel pezzo l’ho sentito una volta in un negozio e mi è rimasto in testa ma non avevo idea di cosa fosse. Quando sono tornata a casa mi sono messa a scrivere “Dimmi Dimmi Dimmi” e sicuramente mi sarà rimasto in testa, ma ho capito a cosa mi sono ispirata solo dopo aver registrato il pezzo, quando il mio manager me l’ha fatto notare. Credo che, alla fine, fare musica sia anche un rimasticare cose che ci piacciono o ci sono piaciute e dargli altre forme, per questo sono sempre molto sincera nell’ammettere le contaminazioni. Non credo invece che “Quando Quando Quando” c’entri qualcosa, ma altre cose che c’entrano con questo pezzo vanno da Sia ai Radiohead e sono sempre contenta di cacciare tutti i pensieri nel pentolone e farne uscire una nuova pozione».

Ho letto che ti senti cresciuta e che hai avvertito il passaggio dai 20 ai 25 anni. Però cosa senti di aver perso per strada?

«Onestamente, penso di aver perso solo zavorre. Negli ultimi tre anni, nonostante siano stati lavorativamente bellissimi, ho avuto diversi problemi personali e ho dovuto fare un percorso dentro me stessa – che ancora è in corso – e capire molte cose di me, soprattutto il lato impulsivo/rabbioso/masochista. Non posso dire di essere il ritratto della stabilità, ma sicuramente ho imparato quel “…conta fino a dieci prima di reagire” che mi è molto caro ad oggi. E soprattutto ad ascoltarmi tantissimo e a capire i segnali che mi do da sola. Forse però dovrei iniziare a contare fino a centotrentadue, ma non si diventa super eroi in tre anni».

Le tue canzoni hanno spesso un sottofondo di rabbia che trova sfogo nella musica. La musica è anche una forma di terapia per te?

«La musica è la terapia più efficace che conosca, non solo per la rabbia, ma proprio per capirmi e capire cosa provo. Faccio davvero fatica, di natura, a contestualizzare l’emozione col momento in cui la sto provando, spesso è tutto confuso e troppo forte per razionalizzarlo subito e finisco per pasticciare. Con la musica, con le parole soprattutto, riesco a ordinare pensieri ed emozioni tutti in fila, come le marmellate nella credenza della nonna, e questo aiuta a capire chi sono e dove sono ma soprattutto cosa realmente ho provato».

Dopo le bellissime parole spese attorno al tuo progetto, senti un pizzico di pressione? Temi che la tua scrittura possa risentirne?

«Sicuramente la risposta è sì. Sono arrivata a stare così male per questa cosa fino al punto che qualcuno, davanti ad un piatto di spezzatino, dopo aver sentito le mie lamentele ha dovuto fermarmi e dire “…ok, quindi odi tutto perché non riesci a scrivere e non riesci a scrivere perché non sei sincera con te stessa”. E questo mi ha fatto buttare tutto il lavoro fatto nei mesi precedenti e ripartire, questa volta come prima, dicendo tutto ciò che sento senza paura di ferire qualcuno. Purtroppo questa componente di autocensura è sempre dietro l’angolo, nel senso che non sei solo un musicista, una sorta di entità astratta, ma una persona e come persona hai attorno altre persone a cui sei legato e che potrebbero essere ferite dalle tue parole e se entri in questo loop è la fine».

Quindi, che fare?

«Ho scelto di ripartire perché le canzoni che avevo mi sembravano esercizi di stile e non pezzi di me, e se devo fare un disco tanto per farlo, allora preferisco piantare zucchine e pomodori e darmi alla vita di campagna, tanto non sarei in grado di portarlo in giro live».

Ti sei data delle scadenze per il prossimo disco?

«Su queste cose c’è sempre grande mistero, non abbiamo scadenze ma speranze, ecco».

Che piega pensi prenderà il nuovo album in lavorazione?

«La piega verrà fuori in studio, ma i pezzi che ho in mano sono molto diversi e le idee anche, credo che il nuovo singolo già metta in chiaro che siamo sempre noi ma anche diversissimi e spero davvero che chi ci vuole bene ci dia fiducia e chi non ci conosce possa avere la curiosità di schiacciare play».

Nelle tue canzoni l’uomo ne esce spesso malaccio. Canti sovente di uomini coi quali è impossibile costruire rapporti solidi. 

«Mi fa sorridere questa cosa. Una volta dopo un live un ragazzo mi disse “…non vorrei mai essere il povero Cristo di cui parli. Ma penso se lo sia meritato“. La verità è che ho cantato di un uomo soltanto e sempre con un pizzico di ironia di fondo, perché questa alla fine è la mia campana e, chissà, se scrivesse canzoni lui immagino potrebbe dire altrettante cose tremende di me».

Che opinione hai degli uomini e che uomini attiri?

«Degli uomini in generale non ho un’opinione, sono grazie a Dio – o chi per esso – tutti diversi; di quelli che ho avuto vicino invece conservo solo ricordi bellissimi, che quelli brutti sono brutti e cerco di buttarli, per assurdo cantarne serve a questo. Nello specifico, voglio ancora molto bene alla persona di cui canto come gliene volevo anche quando vomitavo odio nei pezzi, ma allo stesso tempo, per la prima volta, sono in un momento sereno della mia vita sentimentale quindi credo che, opinioni a parte, bisogna solo trovare qualcuno che si incastri nel modo giusto, scegliersi ogni giorno e lavorarci ogni giorno con tutti i difetti e tutte le paure del caso».

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