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GIOVANNI_ALLEVI
Foto di Gianluca Saragò

GIOVANNI ALLEVI «Io mi sento “pop”, perché chiunque può riconoscersi nella mia musica»

«Suonare il pianoforte solo, in un momento in cui il “pop” cantato rappresenta la cultura dominante, è un gesto contro corrente, poetico, ma è una mia esigenza vitale». Giovanni Allevi è così: innamorato della musica, innamorato del suo pianoforte. L’artista nato ad Ascoli e prodotto in passato da Lorenzo “Jovanotti”, continua a conquistare angoli di mondo.

Ascoli, Milano, New York. Tre luoghi che, suppongo, ti comunicano particolari sensazioni, vero?

«Rappresentano il mio percorso di artista: la provincia dove nascono i sogni, la grande città dove speri di trovare il successo e che vuoi conquistare con il tuo entusiasmo, la metropoli cosmopolita dove i sogni si avverano».

Hai lavorato con Jovanotti. Che bilancio fai della vostra collaborazione?

«Jovanotti è stato il produttore dei miei primi due album di pianoforte – “13 dita” e “Composizioni” – e di questo gliene sarò sempre grato. Insieme a lui ho provato l’ebbrezza di suonare di fronte a migliaia di giovani, in tutta Europa, solo con il mio pianoforte negli stadi».

Qual è il tuo rapporto col genere “pop”?

«Io mi sento “pop”, perché chiunque può riconoscersi nella mia musica».

L’etichetta di “intellettuale prestato alla musica” ti infastidisce oppure non ci badi?

«Non mi sento “prestato” alla musica, perché la musica è da sempre la mia unica ragion d’essere. Se ti riferisci alla mia laurea in Filosofia, penso che il musicista di oggi non possa  prescindere da una consapevolezza intellettuale del mondo e delle vicende umane. La musica non è una suppellettile da intrattenimento, ma ha un potere straordinario di muovere le coscienze».

Quanto, istinto e tecnica, contano in ciò che produci?

«Il segreto sta nell’ascoltare l’istinto senza limitazioni, perché in musica è molto facile nascondersi dietro una tecnica. E quando lasci l’istinto a briglia sciolta la tecnica deve fare le capriole per stargli dietro. Ma sono entrambi indispensabili».

In una tua intervista hai detto che col pianoforte hai un rapporto privato. Cosa intendevi?

«Che sono innamorato del pianoforte. Quando suono penso solo ai tasti, alle vibrazioni delle corde e ad assecondare il linguaggio musicale che ha leggi ed esigenze proprie. Non ho la spregiudicatezza di piegare la musica alle esigenze del pubblico, anzi mi concedo pochissimo e spesso le mie visioni musicali sono incomprensibili».

E’ vero che per dare un tuo cd al Maestro Muti ti sei travestito da cameriere? Puoi raccontarci come sono andate le cose?

«Era il 7 dicembre del 2000. Dopo un corso rapido e super-professionale sono riuscito ad essere il suo cameriere personale alla cena di inaugurazione della Scala. Mi sentivo uno 007 in missione: consegnare nelle mani del Maestro la mia creazione, senza intermediari. Subito dopo la seconda portata ho “sbloccato” la situazione ed ho rivelato la mia vera identità. Il Maestro è stato folgorato dal mio gesto e felicissimo, girava intorno ai tavoli esibendo il mio regalo, il mio primo cd. Purtroppo pare che lo abbia poi dimenticato su uno dei tavoli, mentre andava via…».

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