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GIOVANNI SUCCI
Foto di Giulia Gatti

GIOVANNI SUCCI «Io, il Giro d'Italia e le dritte di Paolo Conte che non ho mai dimenticato...»

La centesima edizione del Giro d’Italia è appena andata in archivio. Giovanni Succi, voce dei Bachi Da Pietra e non solo, ha pubblicato una sua personalissima visione del Giro tricolore tramite una canzone-racconto di 8 minuti intitolata appunto “Il Giro” e pubblicata online da La Tempesta Dischi. Il brano, registrato, arrangiato e mixato da Ivan A. Rossi, parla del passaggio della corsa da una anonima rotonda del traffico alla periferia di Alessandria nel maggio del 2013. Il racconto stesso ha la forma della rotonda, è circolare come la canzone che può essere riprodotta all’infinito in loop, senza interruzione di suono. Otto minuti di infinito, due zeri che si intrecciano, come le occasioni mancate, come le due ruote, come i due zeri di questa edizione numero cento appena conclusasi.

Il tuo omaggio al Giro è molto diverso da quello di Paolo Conte. La canzone del Maestro era spensierata, la tua ha un qualcosa di amaro. L’Italia è così brutta, oggi? E’ tanto meno bella di ieri?

«Bella o brutta ce lo dirà l’estetista. Se ti sbarazzi degli omaggi ti accorgi che il vero soggetto di quei pezzi non è lo sport, ma l’attesa. Una foto ha un autore, un soggetto e un contesto. L’Italia del 1979, anno della canzone di Conte, non era più quella del dopoguerra, cioè il periodo che all’incirca “Bartali” rappresenta. L’Italia del mio pezzo è databile 17 maggio 2013 e se l’archetipo di Conte era il Dixieland, il mio è il Rock’n’Roll. Nella canzone di Conte il protagonista resta sul paracarro fino a notte fonda, rinuncia al cinema e alla donna, Bartali non arriva ma lui ci conta. Nella mia canzone, sul più bello, al tizio squilla lo smartphone e, chissà perché, gira sui tacchi e se ne va. I corridori arrivano (i verbi sono tutti al presente) e lui sul più bello se li perde, nonostante tutte le premesse».

Continua…

«Vuoi vederla in positivo? A suo modo si è fatto un giro e ha visto il mondo. A Conte sta sempre molto a cuore l’entusiasmo degli Anni Cinquanta, rappresentato musicalmente in “Bartali” da un saltellante tempo di marcia. A me non sta a cuore nessun mitico passato entusiasmante (mai pervenuto) e come autore riporto sempre tutto al qui e ora. In “Bartali” gli accordi sono mille. Ne “Il Giro” gli accordi sono due (ruote) in loop per otto minuti (infiniti). Il flusso cresce, monta e si svuota come niente. La mia visione dell’Italia contemporanea, con questo, te l’ho già data. Ma oggi sono in vena, voglio essere esplicito del tutto, quindi eccola: immobilismo cronico a fronte di un continuo brontolio apparente, tutto un inconcludente girare a vuoto. Pura apparenza, miraggio senza fine. E noi fermi alla rotonda, a girarci intorno, in attesa delle prossime occasioni da sprecare, con quelli che cercano di spacciarci almeno qualche calzino modaiolo. Magari è per questo che il tizio se ne va. Voglio sperare che avesse qualcosa (qualsiasi) di concreto da fare, e da farlo bene, al meglio, senza cazzeggiare».

Il tuo percorso continua a incrociare quello di Paolo Conte. Ora c’è anche l’omaggio al Giro. Da distante c’è persino la sensazione che caratterialmente potreste assomigliarvi. Cosa ti affascina della figura di Conte?

«Tutto. Paolo Conte è un campione di stile in tutto e gli devo molto, qualsiasi somiglianza si riscontri non può che lusingarmi. Accolse un me ventenne quasi trent’anni fa nel suo studio di avvocato e si sorbì pure i miei orribili demo, scrivendomi poi due dritte di suo pugno che non ho mai dimenticato. Nel 2014 mi sarebbe piaciuto fargli avere “Lampi Per Macachi”, ma siamo piemontesi: quattro volte in trent’anni basta, non ho più osato importunarlo, le distanze si rispettano. Detto questo, come vedi, io non suono il jazz col farfallino su un pianoforte a coda, non so se si nota».

Il ciclismo combatte da anni contro il doping. Il doping della musica di oggi sono i Talent per emergenti?

«Potremmo anche ammettere pacificamente che il doping è ovunque ci sia qualcuno che si vuol dopare, e idem per i Talent. Gli emergenti emergono di botto, ma il vero sport è stare a galla. Lo so che il tiro moralistico allo show è l’esercizio retorico del secolo per musicisti pseudo intellettuali. Ma io ho fatto tante di quelle cazzate in vita mia che quelle degli altri francamente non mi turbano. Sei adulto e vuoi andare a fare il re per un giorno alla fiera del talento? Ottimo, buona fortuna. Pills today, size tomorrow».

Sei un appassionato del ciclismo che passa in tv?

«Mi spiace immensamente deluderti, ma come dichiaro apertamente nel testo del pezzo, non ne so niente. Ho conosciuto solo quello che praticavo, prima della vespa, sulle colline tra i vigneti intorno a Nizza, conquistando sbucciature e vento in faccia. Per il resto se si parla di sport agonistico o mediatico sono ignorantissimo».

La bici nelle ultime settimane è entrata con forza nelle cronache per le morti di Scarponi e Nicky Hayden. Tu che rapporto hai con la bici e questi ultimi fatti di cronaca ti hanno colpito?

«Da quando ho un figlio, ogni morto sul giornale in qualche modo è figlio mio e sono molto più vulnerabile di un tempo, ma taccio per rispetto e credo di avere esaurito le frasi di circostanza nel 1987. Il mio rapporto aggiornato con la bici te lo dico stando ai fatti: l’ultima l’ho lasciata a marcire alle intemperie quindici anni. Non era colpa sua, non lo so cosa mi ha fatto».

Manuel Agnelli, in un’intervista di pochi giorni fa, ha detto: “La musica italiana in generale? Mi fa cagare”. Tu che conosci benissimo l’ambiente, ti ritrovi in questa affermazione?

«Se sto facendo dei lavori e mi martello un dito ti dico subito di sì, cazzo. Ma poi con calma anche Manuel, ne son certo, avrebbe detto che non è questione di passaporti e avremmo una sfilza così lunga di connazionali in gamba che ci convinceremmo del contrario tempo zero. Una come PJ Harvey ha scelto alcuni musicisti del nostro stesso giro. Il rap è esploso grazie a dei ventenni freschi come Ghali. C’è del pop che sbanca senza passare per Sanremo, del rock che ce lo stimano gli anglofoni, elettronica e dub in stato di grazia. Se ci penso, gli ultimi concerti bomba che mi sono goduto, in ordine di tempo, sono stati Afterhours, Zen Circus e Cesare Basile. Italiani? Credo di sì».

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