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Foto di Marco Olivotto

GIULIO CASALE «Del mio percorso non cambierei alcunché»

Classe 1971, Giulio Casale è un’icona della scena rock italiana Anni Novanta. Nel 1991 ha fondato gli Estra per poi intraprendere un percorso solista fra teatro, poesia e arte della parola. “Cinque Anni” è un EP che segna il ritorno di Casale e che è coerente con il percorso dell’artista trevigiano.

L’EP, a livello sonoro, sembra quasi esprimere un bisogno di gridare più che raccontare. E’ come se dal rock fossi tornato al rock senza ripudiare la tua vena cantautorale. Ti ritrovi in queste coordinate?

«Sì, mi ci ritrovo e fa piacere. A volte penso d’essere fin troppo misurato».

Molti artisti ormai usano l’EP più che il disco per proporsi/riproporsi all’attenzione del pubblico. E’ il segno dei tempi? Pensare a un disco è faticoso? 

«Non è mai una fatica pura scrivere, produrre, arrangiare. Più faticoso è casomai il lavoro che ne segue».

Tornerai mai con un disco oppure non è nei tuoi progetti immediati?

«Ho un sacco di materiale, già sufficiente per due dischi interi. Quindi volentieri».

Un EP di cinque pezzi. Perché?

«Questi cinque pezzi stavano bene insieme così, mi pare un bel percorso se ascoltati uno in fila all’altro».

Oggi che hai 46 anni, con che sguardo ripensi al Giulio che si affacciava al mondo della musica con gli Estra? Che consigli ti sarebbe piaciuto dargli?

«Non lo so: c’è sempre stata questa innocenza associata a una certa intransigenza di fondo, e poi persino ingenuità. Più nel muoversi all’interno dello showbiz (piccolo o grande che sia) che a livello di scrittura e proposta. Una delle prime canzoni che ho composto si chiama “L’uomo coi tagli”, avevo poco più di vent’anni. Forse manifestarmi un po’ di più, ecco, farmi riconoscere, aprirmi, ma non so».

Cambieresti qualcosa del tuo percorso?

«In fondo non cambierei alcunché: consigliarmi d’essere più “furbo” non mi riuscirebbe comunque, e infatti all’epoca me lo dicevano, ma io non ascoltavo proprio. Ed eccoci qua».

Ti è sempre piaciuto osservare il mondo attorno a te e anche l’Italia. Che periodo stiamo vivendo? Siamo alla fine del tunnel dopo tanti anni di pochezza e superficialità in molti campi? 

«Il grande rischio è la distrazione, dopo la superficialità. C’è un rumore di fondo assordante. Anche per questo pubblico poco, per un senso ecologico, se me la passi».

Sei ottimista verso il futuro?

«Tante ragioni per l’ottimismo non ce ne sono (analfabetismo di ritorno, autoritarismo montante, etc), ma ognuno dovrebbe innanzitutto pervenire a se stesso prima di lanciare anatemi in giro. Forse è ancora questa la rivoluzione mancata. Un pezzo come “Resto io” lambisce il problema. L’ottimismo è già implicito nel lavoro costante – ma su di sé».

La donna ha sempre avuto un ruolo importante nella tua poetica e anche in questo EP ci sono rimandi a quell’universo. Mi dici la tua sul caso Weinstein e tu hai mai dovuto fare i conti con qualche proposta indecente nel tuo lavoro?

«Fermo restante l’orrore della violenza, quando è tale in quel caso ravviso anche la violenza di certa informazione e tanta ipocrisia conseguente. Poi nessuno dovrebbe abusare del proprio potere, nessuno però: nemmeno un portinaio, per dire. E proposte cosiddette indecenti ne riceviamo più o meno tutti e pure ne facciamo: c’è un’allegria e una bellezza nell’incontro tra due corpi e due anime che a me continua a commuovere. Ma bisogna essere in due, e non da soli. La violenza ha sempre a che fare con l’impotenza, anche a livello di comunicazione, e dunque di relazione. E il fatto che il corpo femminile “perfetto” sia da decenni esibito costantemente quale miraggio di successo e potere non aiuta nessuno, donne in primis. Un’ossessione».

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