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KENTO
Foto di Simone Mast

KENTO «Si dice che il Sud sia uno stato mentale, anch'io sono d'accordo con questa definizione»

Nuovo lavoro per Kento & The Voodoo Brothers. Da Sud” è un album di rap che prende le distanze dalle solite cose che girano adesso in ambito hip hop italiano. Niente operazioni snob, intendiamoci. “Da Sud” è uscito in contemporanea con il primo libro di Kento dal titolo “Resistenza Rap“, pubblicato per Round Robin Editrice. Abbiamo voluto stuzzicare il rapper calabrese parlando di musica ma anche di multinazionali, e del suo rapporto con il marchio Adidas.

Partiamo dalla nostra recensione di “Da Sud”. Abbiamo fatto un parallelismo con gli Assalti Frontali e abbiamo citato i RATM. Abbiamo forzato la mano?

KENTO THE VOODOO BROTHERS da sud«Probabilmente più gli Assalti dei RATM. Da piccolo, tra le prime cose italiane che ho ascoltato, c’era il rap di Militant A e di Lou X e sicuramente mi fa piacere questo tuo paragone. I Rage mi piacciono molto per i testi, la coerenza e la potenza – sia sul palco che su disco – ma onestamente non sono un grande fan del suono metal. Per quanto riguarda il concetto di “Hip-Hop fatto con gli strumenti”, il gruppo che mi ha ispirato di più sono The Roots, e devo citare anche un progetto bellissimo dei Black Keys insieme ad alcuni rapper: si chiama “Blakroc” e secondo me ha avuto meno successo di quello che avrebbe meritato. Da questi gruppi e concept deriva l’idea di un suono “originale analogico”, che cioè nasce già sugli e dagli strumenti; non si tratta di beat rap riarrangiati coi musicisti per i live, come ormai vediamo fare molto spesso».

Oggi dal Sud cosa arriva? Mi riferisco prima di tutto all’Italia e poi all’Europa e al Mondo?

«Si dice che il Sud sia uno stato mentale, e anch’io sono in buona parte d’accordo con questa definizione. Se lo vogliamo leggere geograficamente, allora ti posso rispondere che spesso da Sud, inteso come bacino del Mediterraneo e Africa, arrivano gli immigrati che, in questo momento storico, sono la sola formazione sociale veramente rivoluzionaria in quest’Europa vecchia, malata e noiosissima. Dal Sud, dalla Calabria arrivo io. Dal Sud degli Stati Uniti arriva il blues che ci ha ispirati. Dal Sud del pentagramma arrivano le note più basse e calde. Dal Sud del corpo umano arrivano gli istinti e le passioni. Personalmente, mi piacerebbe che l’Italia guardasse di più a Sud, tornasse ad essere il centro del Mediterraneo, come è spesso stata storicamente, piuttosto che continuare a guardare ansiosamente alla Mitteleuropa. Ma questo, forse, è un discorso troppo lungo».

Nel disco ci sono diversi accenni alla politica italiana. Una volta i partiti erano un punto di riferimento, oggi un adolescente in chi/cosa dovrebbe credere? 

«Un adolescente dovrebbe prima di tutto credere in se stesso e nella possibilità di avere un impatto rivoluzionario sulla società tramite lo studio critico e l’impegno in prima persona. In secondo luogo, dovrebbe rendersi conto che, come diceva uno, “ognuno di noi da solo non vale nulla”, e quindi superare l’individualismo (insito anche in certi testi rap…) e sviluppare una coscienza comune, collettiva, condivisa, insieme ai milioni di ragazzi della stessa età che hanno le stesse difficoltà e le stesse aspirazioni. Un adolescente dovrebbe fare l’adolescente: sognare in grande, sbagliare in grande, ricominciare con lo stesso entusiasmo».

In un mondo perfetto, basterebbe un ottimo disco per sfondare. Nel mondo del rap italiano, di cosa c’è bisogno oggi per arrivare al largo pubblico? 

«Beh, penso che a questa domanda un rapper mainstream ti potrebbe rispondere meglio di me. Io mi concentro sul primo punto, quello di provare a fare “un ottimo disco”. Poi chiaramente il lavoro non finisce lì: ho tutto l’interesse a promuoverlo, a suonarlo in giro, a farlo ascoltare a quante più persone possibile, e portare in giro un disco (insieme a un libro, nel mio caso) è la parte più divertente – e, ad essere sincero, anche più remunerativa – del lavoro. Il punto cruciale è che devo avere tra le mani musica e parole potenti, di cui sono convinto, in grado di sostenermi e portarmi in giro per l’Italia con credibilità perché, nel mio caso, la sovrastruttura di immagine e marketing non c’è, e quindi mi baso solo sulla forza dei miei concetti».

Concedimi una provocazione, ma non è una contraddizione essere “sponsorizzati” da Adidas che è una multinazionale che produce in Cina?​

«Al momento non ho accordi di partnership con nessun brand di abbigliamento se non con MONK.E, un marchio indipendente che produce le t-shirt che stiamo vendendo in tour. Comunque accetto volentieri la provocazione, e ti rispondo più o meno come rispose Tom Morello quando gli chiesero perché i RATM avevano firmato per Epic/Sony: in un sistema capitalistico, la musica – anche la musica antagonista – si muove attraverso i canali del capitalismo. Quindi, così come accetto che il mio disco stia su iTunes e che il mio libro arrivi sugli scaffali delle librerie Mondadori, posso scegliere di accettare l’offerta di questa o quell’azienda se l’offerta mi consente di avere maggiore spazio e visibilità per la mia musica. Sapendo ovviamente che l’offerta non è disinteressata, che le multinazionali non hanno le mani pulite, che lo spazio che ci viene dato dal mercato non è uno spazio autentico e non è una gentile concessione. Lo utilizzo per amplificare il mio messaggio e per farlo arrivare a quante più persone possibile».

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