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LOS FASTIDIOS «Non è la musica a fare le rivolte, ma le persone»

Sono in  giro dagli inizi degli Anni Novanta e di recente sono tornati con un album – “Let’s Do It” – che vanta un paio di collaborazioni davvero sfiziose. Loro sono i Los Fastidios, ovvero Enrico (voce), Mario (chitarra), Luca (basso), Dave (batteria).

 

Partiamo dalla collaborazione più curiosa del nuovo disco, quella con Vacca: com’è nata e che rapporto avete col rap/reggae?

«E’ una bella collaborazione nata dal fatto che Vacca ci aveva contattati per un featuring in un brano del suo nuovo disco (in uscita per marzo) e ovviamente ci è venuto naturale contraccambiare invitandolo a partecipare in un pezzo del nostro nuovo lavoro visto che proprio in quei giorni eravamo in fase di registrazione. Sinceramente non siamo dei grandi conoscitori della scena rap e reggae attuale, ma con Vacca ci siamo trovati subito in sintonia sia in termini musicali che attitudinali. L’unione di diversi generi stradaioli rappresenta a nostro avviso la vera forza della strada. Veniamo tutti da là, cresciuti con generi musicali diversi ma con la stessa attitudine, gli stessi valori di base, in primis l’antirazzismo. Non c’è niente di più bello che poter condividere la tua musica con persone che solitamente non sono strettamente della tua scena, uscire da gabbie mentali e musicali può sicuramente contribuire a diffondere, a conoscere e meglio apprezzare altri generi che altrimenti difficilmente ascolteresti. Capita molto spesso soprattutto in Germania di partecipare a festival dove sul palco si alternano band dalle sonorità diverse, ma unite sotto la bandiera dell’antirazzismo. Non possiamo che essere più che soddisfatti sia della collaborazione con Vacca che della collaborazione con De Veggent (tastierista della ska punk band Redska), anch’egli presente in un pezzo del nostro nuovo album “Let’s Do It”. Sicuramente collaborazioni destinate a continuare nel tempo. Uniti si vince».

Molti sostengono che la ribellione del punk di 30/40 anni fa, è oggi rappresentata da chi fa rap. Cosa ne pensate?

«La musica può dare il suo contributo ad abbattere tante, tantissime barriere ed è proprio per questo che i Los Fastidios sono da oltre vent’anni sulla strada. Ma la musica non può bastare, non è la musica a fare le rivolte, ma le persone, che ascoltino o suonino punk, rap, reggae, hardcore e/o quant’altro».

Sinceramente bisognerebbe imparare molto dalla Germania, anche dalle piccole cose. Un Paese culturalmente più avanti anni luce rispetto all’Italia che può offrire un futuro a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco

Per chi ha una lunga carriera come nel vostro caso, è più difficile oggi trovare un modo per parlare (con la musica, ovviamente) a un ragazzino oppure al padre del ragazzino che potrebbe essere un vostro coetaneo?

«Una delle cose più belle è che spesso ai nostri concerti arrivano ragazzini accompagnati dai propri genitori, oppure genitori che portano con loro al concerto i propri pargoli. Nel nostro brano “Da figlio a padre” parliamo proprio di quanto sia importante che vecchie e nuove generazioni camminino insieme. La musica unisce e deve unire anche le diverse generazioni, perché “…le lotte di tuo figlio sono quelle di suo padre, non delegare a lui quello che ancora oggi puoi fare”. E non c’è niente di meglio della musica come veicolo di comunicazione, per tutte le età, per tutte le generazioni. Vecchie e nuove generazioni insieme sotto il palco, ma anche sopra, non bisogna dimenticare che nella band si va dai 46 anni (quasi 47) di Enrico ai 22 anni di Mario».

La crisi ci ha portati a vedere nella Germania il male assoluto. Però voi che avete un certo seguito là, ci aiutate a capire qualcosa di più di quel Paese e dei tedeschi?

«Altro che male assoluto. Sinceramente bisognerebbe imparare molto dalla Germania, anche dalle piccole cose. Un Paese culturalmente più avanti anni luce rispetto all’Italia che può offrire un futuro a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco. Un Paese nel quale tutto gira molto meglio che in Italia, anche musicalmente parlando. In Germania infatti la musica viene vissuta come arte, il concerto è un evento culturale, dove ogni artista è rispettato. Ogni città grande o piccola che sia ha il suo centro giovanile, spazi autogestiti dai ragazzi stessi, spazi di base antifascista ed antirazzista che fanno da contenitore ai tanti eventi musicali, teatrali, artistici, il tutto mantenendo anche un livello di prezzi a misura di tutti. Spazi culturali che offrono eventi che iniziano ad orari “normali” terminando in tempo per l’ultimo treno e/o metropolitana per ritornare a casa senza prendere l’auto. E questo sarebbe il male assoluto? A noi non sembra».

Negli anni scorsi sono circolate un sacco di leggende sul vostro conto, soprattutto legate ai soldi fatti. Fra le tante cose arrivate alle vostre orecchie c’è qualcosa che vi ha fatto incazzare o sorridere o entrambe le cose?

«C’è una vecchia canzone di un grande gruppo oi! italiano (Klasse Kriminale) che dice: “Oi! Fatti una risata”. E noi ce la facciamo e di gusto. Ormai negli anni ci siamo più che abituati a leggerne e sentirne di tutti i colori sul nostro conto. Il tutto fatto da persone, che spesso nemmeno conosciamo personalmente, che tirano la sassata via web e poi scappano, non meritando certo né il nostro tempo, né le nostre incazzature, e ci mancherebbe. Chi ci conosce veramente sa chi siamo e cosa facciamo».

Crediamo solo nella politica di strada e nel calcio popolare, quindi zero fiducia nella politica di palazzo e nel calcio moderno. Il nostro Credo parte dal basso sia politicamente che sportivamente

Ai vostri figli o nipoti, come fate a spiegare la bellezza di suonare macinando chilometri e chilometri con un furgone rispetto alla popolarità facile che permettono oggi i Talent?

«Per il momento ci limitiamo a raccontarlo ai figli, cercando di trasmettere a loro i nostri indelebili ricordi, le nostre emozioni tatuate nel cuore, le nostre esperienze impresse nelle nostre menti. Storie di vita che ci porteremo addosso in eterno, migliaia di volti, luoghi, storie vissute in modo reale, viaggiando con un vecchio furgone scassato (con il nostro primo vecchio Ducato siamo arrivati fino ad un passo da Capo Nord), centinaia di concerti nei più disparati angoli d’Europa, soddisfazioni che nessun Talent Show potrebbe sicuramente regalarti. La musica reale è on the road».

La politica è da sempre un tema a voi caro, un po’ come il calcio. Quale dei due ambiti ha più credibilità oggi?

«Crediamo solo nella politica di strada e nel calcio popolare, quindi zero fiducia nella politica di palazzo e nel calcio moderno. Il nostro Credo parte dal basso sia politicamente che sportivamente e facciamo da sempre tesoro di tutte quelle esperienze di vita on the road che ancora oggi ci permettono di conoscere e crescere interiormente. Ci portiamo stretti nel cuore i nostri ideali, sogni e le nostre “utopie”, felici di credere e sognare che un altro mondo è possibile. Ci sentiamo degli eterni sognatori, e sognare, come insegna il Subcomandante Marcos, può rendere invincibili. Calcisticamente invece degli squadroni da milioni preferiamo il cosiddetto “calcio minore”, le piccole squadre di quartiere o le polisportive popolari che stanno crescendo un po’ in tutta Italia e che ci riportano a vivere il calcio di una volta, fatto di passione, sudore, entusiasmo, gradinata e valori veri. Anche in questo nuovo album c’è ovviamente il pezzo calcistico, “El Presidente”, dedicato agli oltre trentanni di presidenza e panchina di Gigi Fresco, patron e allenatore della nostra amata Virtus Verona, terza squadra cittadina che milita nel campionato di Serie D».

Dopo decenni di carriera alle spalle, che bilancio fate della vostra esperienza? Pentiti di non esservi trasferiti a Berlino quando sembrava potesse accadere?

«Ovviamente il bilancio è più che positivo, ma chi l’avrebbe mai pensato 24 anni fa di essere ancora qui nel 2015 più carichi che mai? Riguardo all’idea di qualche anno fa di trasferirsi a Berlino, nessun rimorso o ripensamento. Probabilmente sarebbe stato tutto molto più semplice ma sinceramente crediamo che abbia più bisogno l’Italia di band di un certo tipo rispetto alla Germania dove la scena musicale ha una marcia in più. La cosa bella è che dopo tanti anni siamo ancora qua, con infinito entusiasmo pronti a ripartire per questo ennesimo nuovo tour, una nuova avventura che ci porterà a percorrere come sempre migliaia di chilometri portandoci per la prima volta anche in Sudamerica (Argentina, Brasile, Cile, Colombia) oltre che in tutta Europa. We are ready, and you? Let’s do it! See you on the road!».

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