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MARCO LIGABUE «Non dobbiamo mai credere che le cose brutte siano immutabili»

Luci – Le Uniche Cose Importanti” segna il ritorno solista di Marco Ligabue, un ritorno anticipato dal singolo “Non è mai tardi”. Prodotto artisticamente da Corrado Rustici, il nuovo album è l’ennesimo passo avanti del cantautore emiliano, che in questo suo secondo lavoro parla d’Italia, difficoltà e crisi, ma puntando l’accento sull’ottimismo e sull’entusiasmo di chi, davanti alla critica fine a se stessa, preferisce rimboccarsi le maniche e ripartire di slancio.

Partiamo dal video del singolo. Perché hai scelto di ambientarlo a Roma?

«E’ stata una scelta voluta e non casuale: penso che Roma sia la città più bella del mondo. Purtroppo negli ultimi anni (e negli ultimissimi tempi in particolare) ha avuto i fari puntati per cose negative, per scandali, per la mala politica, insomma, situazioni brutte. Ovviamente piace anche a me indignarmi quando le cose non vanno per il verso giusto, però mi piace anche che si guardi alle cose negative immaginando un percorso di rinascita, di crescita. Nel mio video cerco di far vedere anche quella Roma che vogliamo e che vorrei».

Molti vorrebbero scappare da Roma e dall’Italia…

«L’Italia è meno brutta di quanto crediamo: c’è una parte molto bella del nostro Paese, tante persone che nella loro normalità e semplicità cercano quotidianamente di cambiare le cose negative. Non dobbiamo mai credere che le cose brutte siano immutabili».

Permettimi però di insistere. Non hai anche tu la sensazione che la nave del nostro Paese stia affondando?

«La nave non è affondata però è lì… Tocca a noi, adesso, fare qualcosa, rimboccarci le maniche. Siamo in un periodo abbastanza critico sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sociale, di valori, di identità, e purtroppo sento in giro solo un gran festival del lamento. Con il mio brano cerco di dire “…hey ragazzi, questo festival del lamento non ci porta da nessuna parte in concreto“. A me piace pensare – come canto nella canzone – che ognuno scrive i suoi giorni con quello che fa. Solo rimboccandoci le maniche e facendo la nostra parte, le cose possono cambiare. Se invece stiamo lì a lamentarci e basta, poi è inevitabile che le cose prendano una cattiva piega. Insomma, sono consapevole che sono tempi duri, ma ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa».

Spostiamoci da Roma all’Emilia. Che rapporto hai, oggi, con la tua terra?

«Sono legatissimo all’Emilia, perché ci sono nato e cresciuto. Mi sento emiliano nel midollo: guardo sempre il bicchiere mezzo pieno, mi piace lavorare sodo ma sempre con il sorriso, sono tenace».

E’ in Sardegna, però, che hai trovato l’amore…

«Sì, la madre di mia figlia è sarda. In Sardegna ho trovato l’amore e una bellezza paesaggistica rara, ma ho trovato anche un modo differente di vivere, ritmi diversi. Diciamo che l’Emilia e la Sardegna sono territori abbastanza diversi, però è come se si completassero a vicenda».

Il titolo del nuovo disco – “Luci” – è l’acronimo di “Le Uniche Cose Importanti”. Immagino che una di queste cose importanti, per te, sia tua figlia Viola. Cosa c’è di lei in questo disco?

«C’è tanto, anche se non ci sono canzoni o frasi specifiche, c’è un orizzonte di vita cambiato da quando c’è lei: prima c’ero solo io, adesso invece mi piace guardare ancora più avanti, mi piace essere un esempio per lei, diciamo che mi si sono amplificate certe sensibilità».

Il papà scrive e canta, lo zio scrive e canta. Ha il futuro segnato la piccola Viola?

«La musica le piace, però fa teatro, musical, fa recitazione, mi piace che abbia tante passioni e poi quando sarà adulta capirà cosa vorrà fare. Al momento – sorride – mi ha confidato che da grande vorrebbe fare la stilista di moda».

Ti piacerebbe, un giorno, vederla a un Talent?

«Guarda, mi farebbe piacere se lei lo volesse veramente. Io non la spingerei di sicuro. I Talent a volte sono molto carini, ma sono anche grandi acceleratori di visibilità mediatica. Per adesso lasciamola fare la bambina, per fortuna non ha bisogno di visibilità mediatica».

Nel nuovo disco ci sono degli ospiti. Da chi partiamo?

«Partiamo da Lello dei Tinturia e da Othelloman, perché la prima collaborazione è nata con loro e credo sia venuta fuori una bella cosa. Con Beppe Carletti dei Nomadi e Paolo Belli, invece, ci conosciamo da tanto tempo e tutto è nato dopo una foto che ci vedeva tutti e tre nell’obiettivo, e che ha raccolto un sacco di apprezzamenti. E allora mi sono detto “…perché non fare qualcosa assieme?”. Ho proposto l’idea a loro e hanno accettato».

Con Paolo avete anche parlato di calcio durante le registrazioni?

Sorride: «Sì, parliamo anche di calcio quando capita di incontrarci, ma poco, perché lui è juventino e io del Toro».

Era con loro due che avresti voluto partecipare al Festival di Sanremo 2015?

«Sì. Purtroppo non siamo stati presi. Il Festival è una delle vetrine mediatiche più importanti in Italia e mi piaceva l’idea di calcare il palco dell’Ariston con Beppe e Paolo. Sapevo che sarebbe stata una battaglia durissima, non avevo grosse aspettative. Ritentare in futuro? Con una canzone adatta potrei riprovarci».

Nel nuovo disco c’è anche Antonella Lo Coco.

«E’ stata lei ad avermi contatto, ma ci conoscevamo ben prima di questa nostra collaborazione, visto che pur essendo di origini siciliane, abita a Reggio già da qualche anno. Un giorno la sento e mi fa: “…per un’eventuale collaborazione, io ci sono”. E ti confesso che il suo entusiasmo mi ha stimolato parecchio, perché a me piacciono molto le persone che si propongono, e che nel proporsi sanno anche usare l’educazione. Inoltre lei è un’artista davvero brava, che ammiro parecchio. Abbiamo fatto una prova su un pezzo che a mio avviso poteva funzionare e in effetti le cose sono andate benissimo e sono molto contento ci sia anche lei in questo album perché ha portato un valore aggiunto».

Parliamo di Luciano, tuo fratello. Immagino che abbia ascoltato il nuovo disco. Che ti ha detto?

«Ha ascoltato i pezzi quando erano appena dei provini e gli arrangiamenti appena abbozzati. Ricordo di averglieli fatti sentire voce e chitarra e ricordo anche il suo apprezzamento per l’interpretazione di un brano: secondo lui era quella la strada da seguire. Per diversi mesi ho cercato di lavorare su quel particolare tipo di timbrica e spero alla fine di aver valorizzato il suo prezioso consiglio. Il pezzo che gli era piaciuto? “Un altro amore che va”, il brano che chiude il disco».

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