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Foto di Francesca Boschi

MARCO PARENTE «In un bar ho sentito da un tipo che l'amore è...»

Da Milano era partito e a Milano (di recente) si è concluso il progetto di Marco Parente intitolato “Disco Pubblico“. Un modo diverso per porgere le dieci nuove canzoni (mai incise e mai stampate) che il “contrautore” ha scritto negli ultimi tempi, all’insegna dell’incontro con le persone e dell’utilizzo costruttivo delle tecnologie smart. Con Parente abbiamo parlato di passato, Talent e amore, scoprendo che nei bar che frequenta a volte escono fuori delle vere perle attorno al sentimento più popolare del mondo

Nei giorni scorsi abbiamo scritto di “Trasparente”, segnalandolo come un “must-have” della discografia italiana. Che ricordi hai, oggi, di quel disco del 2002? 

marco parente trasparente«Ho dei bei ricordi, solo bei ricordi. Un momento piuttosto sereno ed elettrizzante del mio percorso musicale, arrivato dopo la fine del C.P.I. e un conseguente periodo di spaesamento. Non riascolto quasi mai i miei dischi, ma ho un ricordo di “Trasparente” come di un disco eterogeneo e vulcanico nell’ispirazione, tenuta a bada e ben riordinata dalla figura di Manuel (Agnelli, ndr) come produttore (puro)».

Sei ancora legato a qualche canzone in particolare di quel lavoro?

«I brani a cui sono più legato sono nella seconda parte del disco: “Anima Gemella”, “Adam ha salvato Molly” e in modo particolare “Davvero trasparente”, una canzone ancora oggi compositivamente misteriosa per me».

L’album fu prodotto all’epoca da Manuel Agnelli. Ti ha stupito la sua partecipazione nella giuria di “X-Factor” 2016? 

«No, non mi ha stupito e sono molto contento per lui, finalmente si è liberato di tutta quella “zavorra indie” che lo comprimeva da tempo».

Che opinione hai dei Talent?

«I Talent sono la dimostrazione che là fuori è pieno di gente che ha un talento naturale e nonostante ciò non vuol dire che abbia qualcosa da dire. Mentre dal punto di vista etico i Talent sono un tritacarne, sia per i concorrenti che per i giudici. E’ come mettere in mano ad un bambino una pistola carica: ci sono molte probabilità che parta un colpo».

Tu hai vissuto diverse fasi della storia moderna della discografia italiana: dall’esperienza con la Mescal sino a “Disco Pubblico”, cioè un album mai stampato. Hai nostalgia per un’epoca (forse irripetibile) come quella di Fine/Inizio Millennio? 

«Ho nostalgia solo della qualità e quantità del tempo che avevamo a disposizione, non credo sia una cosa buona saltare le tappe e le varie fasi dell’età, è innaturale e arrogante, nonché controproducente. Poi che Internet abbia moltiplicato le opportunità (in tutti i campi) è indubbio, sono i risultati ad esser dubbi. Non capisco questo bisogno di riempire a tutti i costi “il foglio bianco”. Dov’è finito il buon vecchio senso del pudore?».

Non sempre il tuo percorso è stato lineare e di facile lettura dall’esterno. Non hai la sensazione di aver raccolto molto meno di quanto seminato?

«Finché continuo a seminare non mi faccio certe domande. Sto ancora seminando».

Su FB hai scritto: “…Dylan è per natura un ‘IRRIVERENTE’, ovvero ciò che manca oggi alla cultura per riabilitarsi”. Aiutami a capire meglio: qual è la tua posizione sul Nobel a Bob Dylan? Lo reputi un premio inutile?

«C’è un passaggio davvero esilarante di Carmelo Bene al “Costanzo Show” quando dice che “…le onorificenze sconfinano spesso nell’oltraggio”. Secondo me le radici profonde di una cultura hanno poco a che spartire con le istituzioni, anzi si devono spesso difendere dalla colonizzazione culturale che esercita la Storia, che con le sue “caramelle ad onore” ne snatura e delegittima la sostanza. Sulla pertinenza del premio a Dylan, sono d’accordo con Lawrence Ferlinghetti, ovvero gli darei anche quello per la Pace, per quel che vale».

Come si trova, oggi, un cantautore in una scena indipendente dominata dai rapper? 

«Mi piace il rap, dai suoi pionieri, quelli dello “spoken word” e della poesia che dal foglio si riversava nelle strade ad alta voce, fino al più recente Kendrick Lamar. Ma l’Italia è distante anni luce da quel mondo, non ne ha proprio gli “attributi”. Il rap italiano mi fa lo stesso effetto che mi faceva e mi fa il Buddismo italiano».

La tua musica ha spesso parlato d’amore ma con originalità, senza piegarsi a rime facili. A 47 anni, cos’è l’amore?

«Sono molto tentato di risponderti con le parole che ho sentito da un tipo in un bar: “L’amore è una cazzata americana“. Ma semplicemente, sempre più non ne ho idea!».

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