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MAX CASACCI
Foto di Alessandro Vargiu

MAX CASACCI «Un incontro quasi karmico è all'origine di Glasstress»

Il casino con Morricone, il futuro immediato dei Subsonica, la musica, gli Anni Zero, il rap, Salmo, Ensi, Guè Pequeno. E poi le serie tv, il progetto “Glasstress” e soprattutto il successo. Cos’è il successo? In questa intervista Max Casacci, chitarrista dei Subsonica, tocca un’infinità di argomenti. Bel personaggio, Casacci. Noi gli siamo stati dietro un anno, marcandolo a zona, a uomo e coi tre difensori dietro. E cosa abbiamo scoperto? Che lui vive nel presente ma è rimasto ancorato alla genuinità degli inizi: niente filtri, niente uffici stampa a mediare e soprattutto niente divano a contare le copie vendute coi “Subs”. Cos’altro abbiamo scoperto? Che è uno davvero innamorato della musica nella sua versione più artigianale. Quindi lontano dai Subsonica lo puoi trovare con la testa in un progetto, o forse due, o forse anche tre. La prova in una sua mail di qualche tempo fa: «Abbiate pazienza ma sto coordinando 3 progetti in simultanea, e tengo pure famiglia che mi richiede». Buona lettura, ne vale la pena.

Partiamo dalla vicenda Morricone-Subsonica-plagio-azione-legale, vicenda che si è spinta sino ad assumere toni kafkiani. 

«La questione ha messo in luce molti argomenti trattati in tutti i saggi e gli articoli riguardanti le nuove forme di comunicazione. Nella nostra unica e definitiva replica, resistendo alla tentazione di vendicarci per le storpiature, i falsi virgolettati, le notizie fasulle riportate da redattori musicali e non, abbiamo preferito concentrarci sul fenomeno “valanga” che la rete è oggi in grado di innescare. A partire da una “non notizia”. Avremmo potuto facilmente taggare nomi e cognomi, in pratica “sputtanare” un buon numero di testate web e giornalisti, ma l’effetto “resa dei conti” a chiusura di una storia decisamente squallida, non era quello che cercavamo».

Ti imputi delle colpe nella vicenda oppure nell’Era dei social e della comunicazione trasparente è comunque impossibile far arrivare al pubblico (per intero) il senso dei propri messaggi o delle proprie riflessioni?

«Se devo imputarmi qualcosa? Certo, avremmo potuto terminare il post riportando, più di quanto non abbiamo fatto, ulteriori sottolineature “anti equivoco”. Ma cedere alla considerazione che “la rete sia fatta così piaccia o non piaccia” vuole anche dire assolvere meccanismi perversi che nascono unicamente dalla cattiva fede. Se la disonestà è quella di un utente che sfoga le proprie nevrosi nella propria intimità domestica, ci può anche stare. Se a praticarla è un giornalista, che virgoletta frasi mai pensate, mai dette, ma soprattutto mai scritte, preferisco passare per ingenuo, piuttosto che adeguarmi allo stato delle cose. Diventandone passivamente complice».

Tu ne vieni da una generazione che esprimeva la propria indignazione con il rock e l’impegno politico, oggi invece sembrano essere cambiati i linguaggi: le nuove generazioni in Italia rappresentano i propri ideali attraverso il rap e le serie tv. Mi piacerebbe chiederti qualcosa su questa trasformazione (se a tuo avviso c’è stata, ovvio) e se rap e serie tv trovano il tuo particolare gradimento.

«Sono nato nei primi Anni ’60. Condivido con i miei coetanei una propensione a considerare che tutto debba tendere a un significato profondo, che non esistano forme di espressione fini a loro stesse, e altre cose “vintage” del genere. La mia è una generazione di “cappa e spada”. In questo senso abbiamo più cose in comune con i venti/trentenni, che con la “Generation X” degli attuali quarantenni».

Cosa in particolare?

«Beh, un certo pragmatismo “fai da te”, una sensibilità collettiva che oggi torna ad emergere dopo anni di individualismo. Chi, come me, muoveva passi nella musica underground dei primi Anni ’80, in fondo lo faceva in uno scenario poco diverso da quello attuale. Per quanto riguarda la “coscienza” sociale, prima ancora che politica, ritengo che possa e debba entrare nella musica e nei testi, nella misura in cui fa parte di te. Senza che questo debba trasformarti in un jukebox di slogan o in un “generatore” di temi rivoluzionari. Insomma, la chiave è sempre l’autenticità».

Sul rap cosa mi dici?

«Devo confessarti che pur in mezzo a mille stereotipi, trovo, oggi, più coraggio e autenticità in brani rap, che in tanto songwriting a sei corde. Mi piace il percorso di Salmo, l’intelligenza di Ensi, ma ti confesso che anche nell’ultimo album di Guè Pequeno finisco per trovare più linearità e sincerità che in molte tortuosità poetiche di matrice rock».

Abbasso il songwriting, dunque?

«Fortunatamente ci sono degli ottimi songwriter di nuova generazione, Niccolò Contessa è uno dei casi più evidenti, ma non è l’unico».

Veniamo alle serie tv…

«Sono la nuova frontiera narrativa. Gli sceneggiatori hanno spazio, meno vincoli e meno obblighi rispetto ai film distribuiti in sala. Purtroppo in questo caso il jet lag culturale tra l’Italia e altri Paesi è evidente. Da noi sembra impossibile schiodarci dalla ricostruzione storica. Come se avessimo poca confidenza con il presente. Che altrove viene sviscerato, trasfigurato, centrifugato, ripulito dagli stereotipi e restituito in forma fruibile da tutti, senza troppi tabù».

Segui qualche serie in particolare?

«Ho incominciato ad appassionarmi alle serie con “Misfits” – a proposito della capacità di aggirare la realtà, rendendo personaggi e situazioni ancora più “reali”. Poi quelle più gettonate tra cui “Breaking Bad”, “House of Cards”, “Ray Donovan”. Di recente ho trovato scritta molto bene “Orange is the new black”. Di “Mr. Robot” mi è piaciuto l’utilizzo massiccio di musica. Forse la mia preferita resta “Black Mirror”, anche se non è una vera serie».

Apriamo il capitolo dei Subsonica. Dopo le date nei club, che percorso vedi nei prossimi mesi/anni?

«Un nuovo album. Per il prossimo anno. Partendo dal festeggiamento di questo ventennale che il nostro pubblico ha percepito più “vivo” che “celebrativo”. Insomma, siamo protagonisti di una storia che continua a crescere, nell’interesse di molti, nei numeri del pubblico ai concerti, nei confini delle età che si allargano».

Glasstress è la cosa musicalmente più appagante che abbia mai realizzato fuori dal mondo delle canzoni. E’ un’esperienza che si ricollega alle mie origini e ha tutte le caratteristiche dei progetti che mi coinvolgono pienamente

A marzo sei uscito con il progetto “Glasstress”. L’essenza stessa del progetto sembra quasi un monito: “…tutto è potenzialmente musica, ed essa ovunque s’annida, basta solo saperla cogliere”. E’ troppo banale sintetizzare così il progetto e soprattutto questo modo di sperimentare il suono, cosa ti ha permesso di scoprire che magari non sapevi prima?

«Glasstress è la cosa musicalmente più appagante che abbia mai realizzato fuori dal mondo delle canzoni. E’ un’esperienza che si ricollega alle mie origini e ha tutte le caratteristiche dei progetti che mi coinvolgono pienamente: sfida, collaborazione, sperimentazione, senza rinunciare all’ambizione di essere potenzialmente fruibile da chiunque. Lavorare con il “rumore” non è, in assoluto, una novità. E’ una tecnica espressiva già praticata da artisti come Matmos, Matthew Herbert e molti altri. Noi abbiamo individuato un nostro metodo, e il risultato, pur manifestandosi come molto gradito dagli amanti della musica elettronica più attuale, è estremamente personale. Quello che io e Daniele Mana (Vaghe Stelle) abbiamo scoperto, l’uno dall’altro, è l’approccio alla scrittura, alla programmazione. Io ho imparato davvero molto dalla sua istintività, lui probabilmente qualcosa dalla mia esperienza. L’incontro è stato quasi karmico. Un incastro perfetto. Dopo mesi in studio, non abbiamo mai vissuto nemmeno un istante in disaccordo. E’ decisamente una relazione umana e musicale destinata a proseguire nel tempo».

Tu hai vissuto (dietro e davanti le quinte) gli Anni Novanta, una stagione molto generosa per chi voleva intraprendere una strada in ambito indipendente, con etichette e spazi dove suonare in buona quantità. Oggi che tutto si è ristretto e che Internet ha saturato il mercato degli emergenti, sono i Talent l’unica strada percorribile per ottenere visibilità?

«Parlando di Talent si incappa sistematicamente in un equivoco. Sono programmi televisivi, prima che musicali. La musica si sta rigenerando altrove. Il Talent è una lotteria per interpreti, che lascia spazio ad una percentuale minima di partecipanti. Inoltre molti di quelli che apparentemente “ce la fanno”, vivono stagioni molto brevi. Io mi concentrerei di più sulla gente che torna ai concerti».

Spiegati meglio…

«Gruppi come I Cani, Ministri, Lo Stato Sociale, Le luci della centrale elettrica, piacciano o meno, sono riusciti a coinvolgere, anche nei numeri, un proprio pubblico come non succedeva alle nuove realtà da almeno dieci anni. Gli artisti che ho nominato hanno ritrovato quella capacità di mettersi in gioco (a proposito di Anni ’90) che a tutta la generazione degli Anni Zero (dal post rock, ad una indie esterofilia di comodo) è mancata. Parlando di musica, oggi, mi pare che questo sia il dato più significativo».

Tu che hai avuto la fortuna (e la bravura) nell’ottenerlo, ci spieghi cos’è il successo? La tranquillità economica? Il poter far tardi alla sera? Un vizio? L’occhio ammirato degli altri? L’autografo replicato migliaia di volte?

«Il fatto di contare davvero per qualcuno. Il fatto che le tue parole, le tue canzoni entrino nella vita delle persone come molta della musica che hai amato e che ami ha fatto con te. Alla fine, il senso di tutto, è proprio quella roba lì».

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