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MECNA
Foto di Mattia Buffoli

MECNA «Dal disco si capisce che non prenderei una birra con certi rapper italiani»

Mecna è tornato a quasi tre anni di distanza da “Disco Inverno“. Ora c’è “Laska“, un album nato in un cottage sul lago Øyeren, vicino alla piccola cittadina norvegese di Fetsund. La solitudine e il silenzio hanno ispirato un disco dalle sonorità particolari, che prende le distanze dai soliti ascolti in ambito rap italiano.

 

La prima cosa che colpisce del cd è senza dubbio il suono. Come mai una scelta così… radicale rispetto alla moda italiana fatta di basi piuttosto ritmate?

«Mi sono sempre piaciute le ballate e ultimamente ho scoperto che c’è tutta una scena di beatmaker che fa praticamente quelle che io definisco “le ballate del 2015”, e mi ci sono ispirato».

E’ curioso che un rapper vada a lavorare un compact in Norvegia. Come ci sei finito?

«Due estati fa mi sentivo pronto a fare un nuovo disco, ma non stavo concludendo molto, tra lavoro, serate in giro e casini vari. Quindi ho deciso di fare una settimana lontano dai 35°, le infradito e i “che facciamo a Ferragosto?” e sono andato in un cottage nella foresta, con un mio caro amico musicista. Siamo andati là con un computer, un microfono, una chitarra e qualcosa da mangiare presa all’Esselunga».

Sei arrivato su coi testi già fatti oppure il luogo ha contribuito a definirli/ridefinirli?

«Io avevo già parecchi beat di vari produttori, li abbiamo ascoltati, ci abbiamo cantato sopra, poi io ho scritto alcune rime. Tornati dalla Norvegia non c’era un album, ma c’era una direzione precisa».

Dal disco si capisce che mi piace una, che non prenderei una birra con certi rapper italiani e che se vado in un locale, di solito dopo un po’ cerco il modo di andare via

Nel cd parli tanto di te, delle tue relazioni e della tua quotidianità. Cosa non sei riuscito a mettere invece?

«Non so se ho una risposta a questa domanda. Ti parlo sull’onda dell’enfasi post-disco (che però non avevo avuto dopo “Disco Inverno”, per dire) e non riesco a staccarmi completamente per analizzare cosa c’è che non va. Credo di aver messo veramente tutto, anche perché non sono una persona così complicata. Dal disco si capisce che mi piace una, che non prenderei una birra con certi rapper italiani e che se vado in un locale, di solito dopo un po’ cerco il modo di andare via. E’ più o meno quello che faccio nella vita».

Nel lavorarci sopra, hai tratto ispirazione da determinati ascolti?

«Beh, sì. Ho ascoltato tanto cose come Childish Gambino, Drake, Cashmere Cat, Shy Girls, Years & Years, Jmsn, Shlohmo, Banks, Lido. Tutta musica che non riuscirei a dirti cos’è, ma è fottutamente bella».

Hai scoperto il rap al Liceo e sono già passati quasi 15 anni da quel periodo. Oggi il rap che ascolti è migliore o peggiore di quello che ascoltavi al Liceo?

«Migliore. Cioè, credo che le cose si siano evolute e abbiano permesso a molti più artisti di avere più opportunità di crescita, e mi ci metto anche io in mezzo a questi. Internet ha aperto un po’ gli orizzonti, ed i ragazzi di oggi credo siano abbastanza formati e pronti ad ascoltare numerosissime contaminazioni senza storcere (troppo) il naso, cosa che prima magari faceva solo chi entrava nei negozi di dischi. Nonostante questo, credo che ci sia un movimento di musica indie che si mischia con l’hip hop che potrebbe generare dei micro generi stupendi, cosa che già è in atto in altri Paesi. C’è però da ricordare che proporzionalmente, un certo rap mainstream risulta un po’ il “Pomeriggio cinque” della musica, ma va bene così».

Vista con gli occhi di un foggiano, quindi di chi ci è arrivato e non nato, com’è la Milano del rap?

«Non lo so, non la vivo. Vedo però che nella Milano delle serate nei locali, ci sono spesso un sacco di rapper, credo rimorchino, non so».

Credi che la tua scrittura abbia raggiunto la definitiva maturazione in questo disco? Te lo chiedo perché pur avendo dei pezzi “leggeri”, sembra più il compact di un uomo rispetto a quello di un ragazzo.

«Beh, ti ringrazio. Non lo so cosa verrà dopo, quindi non so se questa può essere la definitiva maturazione, ma posso dirti che io sono soddisfatto, oltre che del sound, proprio della scrittura. Lo sto vedendo ora che, nonostante sia molto critico con me stesso ultimamente, quando riascolto l’album mi dico “mh, non male cazzo”».

Hai il timore che “Laska” possa non essere capito, soprattutto musicalmente?

«Sinceramente no. Nel senso, capisco che sia diverso dal mio disco precedente, e diverso da molte cose che ci sono adesso in Italia, ma non credo sia così tanto un’altra cosa. Sicuramente chi mi segue credo lo possa apprezzare, perché per forza di cose sa cosa mi piace e credo possa capire che questo è esattamente il cd che avrei voluto fare».

Qual è il consiglio migliore che ti è stato dato entrando in questo ambiente?

«”Fai bene il sound check prima di suonare”».

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