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MEDULLA

MEDULLA «Non ha senso mostrare solo il lato "figo" di se stessi»

Sunto delle puntate precedenti. La settimana scorsa abbiamo recensito il loro disco stroncandolo. Applicando la solita logica: ascolto, riascolto, ri-riascolto e poi boom, un giudizio sintetico. Loro, i Medulla, per tutta risposta hanno pubblicato online la nostra recensione. Alzi la mano chi ha mai visto su una bacheca Facebook di un gruppo a caso una recensione sfacciatamente negativa? Esatto, non si usa. Puoi aspettare i bambini all’uscita da scuola vestito di solo soprabito, ma le recensioni negative proprio no, quelle non si condividono.

MEDULLAE invece, loro, sbattendosene le palle, l’hanno messa. Fantastici. Amore a prima vista. Allora che fai, gli offri un’intervista, naturalmente. Impossibile farti sfuggire dei soggetti del genere. Affare fatto. E loro come ti ripagano? Con un diluvio di parole. Dando a noi la libertà di tagliare. Tagliare? Per restare fedeli ai nostri canoni – recensioni veloci, interviste veloci – avremmo dovuto tagliare tutto. Anzi, fate così, fate finta che lo abbiamo fatto. In pratica l’intervista di Michele Andrea Scalzo e Federico Calvara (voce e basso del gruppo) finisce qui. Quello che c’è sotto – per gli standard di Distopic – non esiste. Abbiamo superato la lunghezza massima dei nostri contenut

​Avete pubblicato la nostra recensione negativa. Per molti artisti dare spazio alle opinioni negative sui propri social è un autogol, molto meglio puntare solo sugli elogi. Cosa non vi convince di questa logica?

MAS: «Sinceramente: perché dovrei pubblicare solo le recensioni positive? Non ne trovo il senso e l’onestà intellettuale. E’ abbastanza ovvio che ci saranno anche persone a cui non piace il nostro album, e qualcuna di esse sarà uno scrittore/scrittrice su webzine. Ha senso nascondere la polvere sotto il tappeto? Credo di no, e credo sia molto paraculo. Non ha senso mostrare solo il lato “figo” di se stessi. Ovvio, mi è anche capitato di non pubblicare una recensione, se non trovavo proprio il senso di quel che mi veniva contestato (e credimi, a farmi critiche sono un fenomeno). La vostra recensione era così schietta e lapidaria che l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata: “…a questi non piacciamo proprio per un c***o”. Punto. Non c’erano dubbi di sottofondo, e quindi, com’è giusto che sia, facciamo sapere che il gusto esiste ed è ambivalente. E’ che a me il concetto della canzone “Una città per cantare” (non chiedermi perché mi sia rimasta così tanto/troppo nel bagaglio, non ne ho idea) e “dei fischi non parlarne mai” mi sta proprio sul groppone!».

FC: «Il fatto stesso che si stia parlando di una “logica” presuppone un atteggiamento ragionato e distante dal nostro modo di intender la musica. Mi spiego: ormai si è soliti pensare/trattare una band come fosse un’azienda di cui è necessario prima di tutto far quadrare i conti e per farlo, a volte, si è costretti a dover “evadere”. Non tutto può essere dichiarato per non andare in rosso. Contrariamente a questa tendenza abbiamo sempre cercato di essere trasparenti, di pagare il prezzo della verità – o meglio, di ogni verità, sia quella che ci può venire incontro sia quella che può evidenziare i nostri limiti. Il processo che ha portato alla scrittura di “Al di là del buio” è stato un processo istintivo: si scriveva una canzone e subito dopo ne nasceva un’altra. Abbiamo seguito l’impeto compositivo senza star troppo a pensarci sopra, volevamo farlo uscire il prima possibile. L’atteggiamento con cui ci rapportiamo alle reazioni di chi lo ascolta è lo stesso: non discriminiamo gli elogi dalle critiche perché gli elogi stessi sono un esercizio critico, e quel che ci importa è proprio questo, ossia che qualcuno si soffermi sul nostro lavoro e ne tiri fuori un commento. Tutto serve a comporre il quadro. Negli anni (soprattutto in quelli dominati dai social) ho visto applicare una censura spietata da molte band (anche quelle sedicenti “dure e pure”) non solo non pubblicando recensioni negative, ma anche facendo pulizia tra i commenti sgraditi. Noi siamo sempre a favore del confronto, del dialogo e dello scambio di idee. Questo può far crescere. Una recensione negativa può essere uno spunto per poter migliorare alcune debolezze che solo un orecchio esterno può cogliere. Il dissenso ci ricorda che c’è ancora uno spiraglio di scelta. I plebisciti, se ben ci ricordiamo, hanno portato anche alle peggiori dittature del XX secolo».

Se foste in un negozio di musica, vicino a quali artisti vorreste che fosse messo il vostro ultimo disco?

MAS: «Metto le mani avanti: mi hai chiesto dove vorrei, e non dove troverei giusto. Quindi posso sbizzarrirmi! Scherzi a parte, vorrei trovare il mio ultimo disco accanto a… beh sì… vorrei veder il mio album tra i cantautori italiani, tutto qua».

FC: «Quali negozi di musica (ahinoi)? Potrei rispondere alla domanda: “Se fossi in una playlist di Spotify, vicino a quali artisti vorresti che fosse messo il vostro ultimo disco?”. Nel mio caso sarebbe bello fossimo vicino ai Melvins (una delle mie band preferite in assoluto anche se non si direbbe), ma solo per coerenza alfabetica».

Sul nuovo numero di Charlie Hebdo si fa satira in copertina su quello che c’è alla fine del tunnel, invece “Al di là del buio” cosa c’è?

MAS: «Sono andato a vedere la copertina: geniale! Al di là del buio c’è una ritrovata consapevolezza su un punto: quel che è successo finora non determina per forza tutto il nostro futuro. Se si desidera il “riscatto” (e mi sembra che sui sopracitati social si possa vedere ogni giorno), bisogna rompere gli schemi e le proprie abitudini di pensiero. Bisogna levarsi dalle palle il pensiero “tanto ormai”. Tanto ormai un cazzo, che se la vita è solo questo allora: tanto vale far gli stoici, no? Invece non abbiamo manco il coraggio di andar in fondo a questa cosa e rimaniamo con la nostra nenia quotidiana. Io, personalmente, ho trovato il modo di azzerare la pesantezza dei miei primi 33 anni di vita. Ho svuotato lo zaino da tutti i sassi che mi avevano (e mi sono) caricato sulle spalle. Com’è successo? Ascoltate – sorride – gli ultimi brani del disco. Poi cos’altro c’è: c’è un richiamo all’Hannah de “Il grande dittatore” di Chaplin. Perché deve continuare a “guardare in alto”. Certo, io ho buttato il momento più in là del presente e del futuro prossimo. L’ho posizionato a… cominciamo a vedere cosa succede la prossima primavera in Francia e poi vedremo. La destra, quella destra, non è mai scomparsa. Hanno messo la testa sotto la terra come gli struzzi ma al richiamo stanno venendo fuori. Se ne sente la puzza. Sono passati settant’anni e potremmo ritrovarci davvero punto e a capo. Ma proprio per questo credo si debba lanciare un gancio a quando questo sarà di nuovo passato: come vogliamo arrivarci? E poi c’è un feat. con Naima dei Black Beat Movement. E non le sarò mai abbastanza grato».

FC: «Dell’altro buio. Scherzo. No».

Siete di una generazione che ha visto la musica cambiare rapidamente: da VideoMusic a Spotify, passando per i Talent. Più opportunità reali per una band indipendente o più opportunità fittizie?

MAS: «VideoMusic! Se non avessi visto uno speciale su Hendrix proprio su VideoMusic non avrei mai cominciato a suonare! Hey, l’ho visto quello che ha scritto la recensione. S’è messo a ridere e ha detto: “…ma perché cazzo non hai continuato a non saper suonare se poi i risultati sono questi?!”. Scherzi a parte: questa è una domanda da un milione di dollari. E a seconda dei risultati ottenuti credo che ogni musicista ti risponderà in modo diverso. A quello a cui è andata bene, dirà: “…siamo nell’Era in cui tutto è possibile!”. Quello a cui è andata male, dirà: “…ho caricato il disco su Spotify ma comunque non lo ascolta nessuno. Quindi è tutto fittizio”. La verità sta nel mezzo ed è poco decifrabile».

FC: «Sono più che altro di una generazione che ha ascoltato molte canzoni. La musica non è cambiata, ma solo i supporti su cui viaggia. Non sono della parrocchia “…se hai i calci in culo, hai successo”, “…se ti vendi puoi sfondare”, ecc. Credo ancora nella meritocrazia che nella musica, come nel calcio, alla fine premia sempre chi ha più talento. Se scrivi delle belle canzoni le persone le apprezzano e vengono ai tuoi concerti, non c’è “aggancio” che tenga. Se scrivi “Imagine 2.0”, anche se non sei nessuno, puoi ben sperare di arrivare a combinar qualcosa nella musica. L’unico aspetto degenerativo che le recenti modalità di fruizione musicale ci metton davanti è il sovraffollamento di proposte: quel che è difficile è riuscire a farsi strada fra le innumerevoli altre band che godono, insieme a noi, di questa nuovissima democrazia tecnologica. Uno dei tanti indizi, questo, che la democrazia sia un sistema sopravvalutato».

Milano, la vostra città, sa ancora ispirare chi fa musica?

MAS: «In che senso? Milano ha spazi in cui si fa e si alimenta cultura? Credo di poter rispondere serenamente di sì. Ha spazi per la musica? Oltremodo sì: al massimo il problema è entrarci e riuscire a farsi ascoltare senza avere un contatto che veicola. E non sempre importa quanta gente verrà a sentirti: ci sono progetti poco seguiti che riescono a suonare ovunque e progetti medio seguiti che fanno più fatica. Non mi chiedere il perché, non saprei proprio dirtene i motivi. Milano ha un “movimento” indipendente compatto? No comment».

FC: «Qui si apre un vaso di Pandora (anzi di Pandoro essendo passato da poco il Natale)! Milano ha avuto, e potenzialmente ancora ha, tutti gli strumenti per ispirare chi fa musica. Forse negli ultimi anni ha goduto della fama di essere la città più europea d’Italia in ambito culturale (e quindi anche musicale) adagiandosi così un po’ troppo sugli allori. Questa “sindrome di Narciso” l’ha portata ad ignorare tutto quello che di bello veniva fatto oltre i suoi bastioni e al di sotto del Po, perché troppo concentrata a specchiarsi e compiacersi del suo ascendente nel dettare i trend. Lo scotto di questa arroganza lo sta pagando adesso, infatti le migliori proposte musicali degli ultimi anni appartengono ad altre dimensioni rispetto a quella milanese (si pensi a quella romana, toscana o emiliana, evito di far nomi appositamente). Milano non si è accorta di avere attorno un mondo inesplorato, un mondo che ha fame e che ha idee. A parer mio stiamo assistendo ad una sorta di declino di questa città e l’unico modo per venirne fuori è aprirsi ad una soluzione che la scena milanese non ha ancora mai esplorato: la collaborazione. Una collaborazione che, attenzione, non sia da declinarsi in -ing, come fosse un fottutissimo coworking».

Torniamo alla prima domanda: noi abbiamo criticato il vostro album, accettiamo anche le vostre critiche. Non siamo permalosi…

MAS: «Ne siete sicuri? Tutti siamo permalosi! Ho un paio di domande. Vi conviene scrivere recensioni in cui non spiegate nulla del vostro giudizio? L’ispirazione e l’originalità vengono misurate sullo standard vigente in un ambiente musicale e quindi più è adeso più è originale? I testi non lasciano il segno perché non vi ho ricordato le pippe della tarda adolescenza, le città europee durante l’interrail affiancate da complementi oggetti a caso e la tipa per cui avete perso la testa perché non ve l’ha data? La sbronza che “l’hangover tutto l’anno”? Sinceramente, ma perché ca**o mai dovrei desiderare di scriver di queste cose?».

FC: «Come vi avevo già risposto su Facebook l’unica mia critica è rivolta alla lunghezza della recensione. Preferisco delle lunghe critiche a dei sintetici elogi. Personalmente ho molto apprezzato che ci abbiate offerto uno spazio per poter incuriosire i vostri lettori e nondimeno voi, dandoci la possibilità di rispondere a domande – finalmente! – intelligenti».

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