IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
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MEG
Foto di Leta Sobierajski

MEG «Non bisogna avere paura delle imperfezioni, ma andarne fieri, perché sono parti uniche di noi»

L’imperfezione come caratteristica piuttosto che come difetto da nascondere. L’imperfezione come una medaglia da mettere al petto, senza vergogna, senza troppe paranoie. Il nuovo album di Meg (nato grazie alla campagna di raccolta fondi su MusicRaiser) è un inno alla naturalezza, alla libertà contro l’estetica dell’apparire.

“Imperfezione” uscirà il 21 aprile. Cosa troveremo dentro, c’è un filo rosso che tiene assieme tutte le canzoni dell’album?

«L’istinto è ciò che lega tutte le canzoni di questo disco. Ho scritto e arrangiato tutto di getto, senza curarmi troppo di ciò che la mia testa pensava nel frattempo. Mi sono fidata solo di ciò che la parte più selvatica di me provava. E mi sono lasciata guidare da quella parte, come in un safari ti affidi soltanto ai tuoi sensi. Di conseguenza il lavoro è improvvisamente diventato il risultato del rapporto di fiducia tra me stessa e le parti più imperfette di me. Le ho di colpo rivalutate. Il perfezionismo può essere qualcosa di molto distruttivo a volte, e ho deciso di abbandonarmi completamente a ciò che in genere si fa di tutto per nascondere: la propria imperfezione».

Gli artisti rinascimentali potevano realizzare perché avevano i mecenati. Ecco, io ho capito che ho bisogno di mecenati e questi sono i miei ascoltatori

Cosa ti ha spinto a promuovere il disco attraverso la piattaforma di MusicRaiser? La tua sembra una campagna molto impegnativa. Ti aspettavi una reazione dei fans così entusiasta?

«Non me l’aspettavo! E vorrei correr a casa di ognuno per condividere la gioia di questo dono. Sai, potrei risponderti che mi ha spinto la lotta al mercato, alle multinazionali, alla musica scema che ci propinano. No. Non questo. Mi ha spinto la voglia di libertà. Non dover assecondate altro che la voglia di creare. E’ utopia, forse. Utopia che gli artisti rinascimentali potevano realizzare perché avevano i mecenati. Ecco, io ho capito che ho bisogno di mecenati e questi sono i miei ascoltatori. MusicRaiser mi ha dato la possibilità di mettere in atto un meraviglioso esperimento. Per avere note vi dovete prendere pezzi di me. Vendo pezzi di me (mie foto in copia unica, notebook decorati a mano da me, i cappelli di Federica Moretti creati appositamente per il concept di “Imperfezione”, la copia unica dell’album su nastro, pass backstage per i miei concerti…) e in cambio da voi ricevo risorse. Perché è questo di cui l’artista ha bisogno: di soldi e del fatto che la gente condivida il suo lavoro. Non c’è altro che la mia voglia di creare senza negoziazioni».

Hai scelto l’Islanda per il nuovo video. Una location casuale oppure c’è un significato dietro?

«L’Islanda! Terra di un popolo fiero, nascosto, riservato ma trasparente, un’isola vulcanica che mi ha ricordato tanto la mia terra natia. E poi è la terra di due miei amori sin da ragazzina: l’elettronica di Björk e la lava. Uolli, il regista del video, mi ha proposto di andare a girare lì perché avevamo bisogno di un posto dove tutto fosse bianco e innevato per la nostra storia imperfetta, e poi ci piaceva l’idea di mostrare quel posto come non si è mai visto in nessun video musicale: nessuno è così matto da andare a girare in Islanda in pieno inverno».

Perché?

«E’ tutto bianco e puoi trovarti nel bel mezzo di una tempesta di neve in men che non si dica e rimanere tagliato fuori dalla civiltà per ore. Infatti i nostri programmi sono stati cambiati dalle forze della Natura di continuo, ci siamo sentiti piccoli piccoli alla mercé di sua maestà la Natura, che in un orecchio ci sussurrava: “…attenti, non datevi troppe arie, perché se volessi potrei fare di voi ciò che voglio“. E anche in questo c’è stato un filo rosso con il concept dell’album: sapere di essere imperfetti ti dà molta più stabilità ed energia vitale per affrontare qualsiasi situazione, pensare di essere perfetti può avere i suoi frutti nefasti e condannarti a sterili deliri di onnipotenza».

Negli ultimi anni hai collaborato con altri artisti, hai viaggiato e hai – cito parole tue – assorbito tanto. Questo percorso recente della tua vita ti ha portato a scoprire qualcosa di nuovo di te dal punto di vista umano e artistico?

«Sì, ho capito che ogni volta è un punto di partenza. Quando credi di essere giunto a un risultato, il filo del traguardo si riallaccia e il vento lo sposta più avanti e avanti ancora. Ho avuto anche molte delusioni durante tutto il mio cammino lavorativo, come sempre e per chiunque, e ho imparato a dosarmi meglio. Troppa generosità ti svuota esattamente come troppa concentrazione su di sé. Insomma, esser aperti ma non fessi, che poi ti saccheggiano. I viaggi recenti mi hanno insegnato che non si finisce mai d’imparare da altre culture, ma anche che la solitudine a volte può essere la cosa più preziosa per l’artista, per creare e per crescere».

Che rapporto hai con le tue vecchie canzoni? Mi riferisco in special modo a quelle coi 99 Posse: le senti ancora tue o fanno parte di una te lontanissima?

«Ho un buonissimo rapporto. Sono le mie canzoni. Le eseguo ancora ai concerti quando me le chiedono. Sono lontane, ma parte di me».

E’ una storia definitivamente chiusa quella coi 99 Posse?

«Assolutamente e per fortuna! Sarebbe come voler vivere per sempre al liceo».

Tu sei figlia degli Anni Novanta. Rimpiangi quella effervescenza artistica?

«Per certi versi rimpiango l’entusiasmo e il progetto comune che c’erano. Oddio, ho detto “rimpiango”, io non amo i rimpianti. Piuttosto sono stata felice di formarmi in anni in cui la musica ha sfornato capolavori e novità epocali, e modi di fare la musica altrettanto rivoluzionari. Mi manca la condivisione IRL di quei tempi. Cavolo, mi sento una ragazzina, ho detto IRL. Sai cosa vuol dire IRL?».

No. Aiutami…

«Negli Usa i ragazzini usano quest’espressione di continuo, vuol dire “In Real Life”, cioè, “Nella Vita Reale”, per distinguerla da quella su Internet. Capisci quello che voglio dire?».

Credo di sì.

«Amo Internet, ma mi manca l’effervescenza artistica più fisica, più materica, più IRL insomma».

Hai vissuto in prima linea il boom del rap degli Anni Novanta. Il rap di oggi ti piace o credi sia un fenomeno buono per il pubblico dei Talent Show?

«Sì, sono stata una delle prime rapper donna anzi… femmina. E’ nato tutto per gioco, mi sono divertita un mondo a creare metriche. Molti vorrebbero che tornassi a rappare lo so. Chissà. Il rap nella mia testa continua ad essere quello dei Beastie Boys o dei Digable Planets, ma oggi ci sono tantissimi rapper che stanno innovando il panorama musicale».

Sui Talent?

«Non ho lo snobismo di considerare i Talent Show qualcosa di orrendo, anzi, spesso li guardo con passione, nel senso latino del termine (cum passionem, patendo insieme): sono qualcosa di veramente forte emozionalmente».

Mi piace poter fare del mio corpo opera d’arte quando sono sul palco o nei video, considero non artistico invece giocare sull’ammiccamento, sull’allusione, sulla propria vita privata

Tu sei una donna bellissima. Non hai mai usato la tua immagine/corpo come strumento per veicolare la tua musica. Sei stata fortunata ad affermarti in una stagione musicale dove si badava più alla sostanza che all’estetica oppure c’è un modo per conservare la propria integrità anche in un ambiente da usa-e-getta come quello della musica?

«Grazie per il complimento. No, io non mi ritengo bellissima, ma amo intimamente ogni centimetro del mio corpo. Forse questo istinto alla timidezza mi ha permesso di indossare con facilità sempre “maschere” di scena e mai di credere davvero che il mio corpo in quanto tale potesse essere strumento di promozione delle mie parole. E’ stato un istinto che mi ha fatto procedere in diverso modo rispetto alla prassi».

Che rapporto hai con il tuo corpo?

«Il mio corpo lo metto in scena, ma – sorride – non faccio del mio corpo una scena. Quello che voglio dire è che mi piace poter fare del mio corpo opera d’arte quando sono sul palco o nei video, considero non artistico invece giocare sull’ammiccamento, sull’allusione, sulla propria vita privata. I video soft-porno che spesso fanno le cantanti li trovo una strategia sbagliata, non è moralismo, anzi, facessero a questo punto direttamente dei porno, no? Ma trovo siano una scorciatoia per accumulare in breve tempo attenzione. Io credo che l’attenzione accumulata velocemente, rapidamente svanisca altrettanto velocemente. Quindi preferisco addensare piano come mare che porta cose sulla battigia. Io così faccio o almeno ci provo».

Come si conserva l’integrità?

«Ho paura che qualunque cosa dirò – sorride – suonerà come un sermone. Si è integri quando si è coerenti con se stessi, seguendo il proprio percorso e non seguendo alcuna chiesa, alcuna ideologia. Non avere paura delle proprie imperfezioni, ma anzi andarne fieri, perché sono parti uniche di sé, che nessun altro ha, e per questo vanno trattate con rispetto e cura».

Un italiano su due ha guardato l’ultimo Festival di Sanremo. Tu eri tra quelli davanti al televisore? Ti sei mai immaginata su quel palco in gara?

«No, ero in viaggio. Sì, mi hanno proposto di andarci più volte. Rispetto Sanremo, ma è qualcosa che non riguarda il mio percorso. Spesso mi fa sorridere, altre volte incazzare, ma è parte della storia del mio Paese. E come molte facce di questa storia, la attraverso ma non ne faccio parte».

La tua famiglia è originaria di Torre del Greco, una porzione di Campania che oggi fa rima con Terra dei Fuochi. Qual è il tuo rapporto con la tua terra e chi pensi abbia tradito certi luoghi: la politica, le istituzioni o gli abitanti stessi che per troppi anni si sono voltati dall’altra parte?

«Ho un rapporto conflittuale con la mia terra. Vengo dalla terra del corallo, ma anche dalla Terra dei Fuochi. Detesto chi crede che raccontare questi problemi sia un modo per avvelenare la nostra terra. Mentire invece, o nascondere i problemi, è velenosissimo. Allo stesso tempo, ogni volta che ci torno, sento lo sconforto e l’estasi. Lo sconforto perché vedi che nulla è cambiato, che ogni sforzo sembra vano, che le cose van sempre peggio, e l’estasi nel vedere una bellezza così unica, rara, e che sento proprio mia dentro: quella terra è parte dei miei tessuti, è ossa, carne, sangue. Forse è proprio quella terra ad avermi addestrato a distinguere e riconoscere la bellezza dell’imperfezione».

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