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MIMOSA

MIMOSA «La musica è uno spazio di trasformazione dove la materia nera diventa meraviglia»

Nonostante la giovane età, Mimosa Campironi ha già fatto un sacco di cose in campo artistico. Ha lavorato con Elio Germano nel controverso “Nessuna qualità agli eroi”, e poi teatro, televisione, e ora musica con “La terza guerra“. Adora Amanda Palmer e nel suo esordio si parla di donne ma senza scivolare nella retorica, restando a stretto contatto con un tormento che è anche cifra stilistica.

La prima cosa che voglio chiederti è relativa alla copertina del disco. Perché l’idea di nascondere un po’ il tuo viso?

MIMOSA_la_terza_guerra«Il giorno in cui abbiamo scattato la foto ero in studio di registrazione. La fotografa Ilaria Tortoriello mi ha chiesto di esprimere, con il corpo, l’anima sonora del disco, senza strumenti, senza cantare. Ho cominciato a muovere le braccia e le mani nell’aria come se suonassi dei tasti immaginari. Così è venuto lo scatto della copertina, se poi si gira il disco, dietro si vede l’altra mano in movimento che disegna l’aria».

Nel tuo esordio ci sono stili differenti. E’ un po’ come se avessi voluto fare un campionario di tutte le potenzialità che hai?

«Il disco è nato dall’esperienza live. Ho suonato spesso da sola o con il batterista. Questo mi ha spinto a utilizzare il piano in molti modi diversi per rendere la performance viva e divertente senza l’aiuto di ulteriori arrangiamenti. Ho fatto di necessità, virtù. Nel disco questo aspetto si è amplificato mio malgrado con l’uso di mellotron e synths. Mi piace molto l’idea di sperimentare l’armonia dei generi e di sfruttare le potenzialità del mio strumento nel modo di suonarlo».

Quali sono gli artisti che hanno influenzato la tua formazione musicale?

«Adoro i The Dresden Dolls, come suona Amanda Palmer. Mi divertono le sonorità del pianoforte preparato alla John Cage. Il brano “Gli Effetti” l’ho registrato preparandolo con fish da casinò, bicchieri e gomma pane. Sono anche una grandissima ammiratrice di Martha Argerich, la pianista classica migliore al mondo».

Nel disco si parla molto di donne. Che opinione hai invece di questi uomini del 2015. Li vedi molto diversi dalle donne oppure siamo in un periodo di fortissima omologazione anche tra i sessi?

«Sento che la sfida più grande riguarda oggi l’identità personale piuttosto che quella di “appartenenza” a un sesso. Nel disco ho indagato l’animo femminile, non solo perché sono donna, ma perché sento che il lato “femminile” presente anche negli uomini può essere un punto di partenza per costruire un modo di sentire che avvicini i generi. Il mondo ci costringe non solo a trovare dinamiche diverse di “stare insieme” rispetto ai modelli dei nostri nonni, ma a immaginare nuovi schemi sociali dello “stare insieme” valutando tutte le possibilità di genere. Personalmente amo gli uomini, sono eterosessuale e sempre innamorata. Invece di trovare “differenze” sarebbe meglio trovare i punti in comune. Se l’omologazione tra i sessi è un passo verso la conoscenza e il rispetto reciproco, ben venga».

E poi diciamolo, basta con gli stivaletti neri di pelle. Sembra che facciano parte di una divisa assolutamente obbligatoria per fare il musicista

Tu sei una ragazza bellissima. Quanto sono importanti l’aspetto e il look in un ambito come quello musicale?

«Grazie. Sono contenta che tu mi veda bellissima. Dicono che dovrei avere un look ricercato, truccarmi di più, avere una “maschera”, ma io non voglio mascherarmi, non voglio mentire. Ho fatto un disco in cui ho deciso di essere sincera fino in fondo, e suonerò come mi sentirò. Non credo che saranno i miei abiti a determinare la qualità di quello che faccio. E poi diciamolo, basta con gli stivaletti neri di pelle. Sembra che facciano parte di una divisa obbligatoria per fare il musicista».

Amanda Palmer è fra i tuoi miti. Lei è un personaggio molto estremo: a 17 anni ha abortito, a 20 ha subito uno stupro. Nella musica ha trovato consolazione e potenza espressiva, ha colmato insomma dei vuoti. La musica quali tuoi vuoti colma o ha colmato?

«Adoro Amanda Palmer come solista e anche nei The Dresden Dolls. Ho deciso di produrre il mio disco attraverso il crowdfunding dopo aver letto il suo libro “The Art of Asking”, l’arte di chiedere. Il mio disco è un urlo. Il pezzo “Terza guerra” ne è la provocazione principessa. Non ho avuto una vita facile e non amo parlarne, anche perché credo sia un paradigma comune in questo momento storico e sociale. Per me la musica è uno spazio di trasformazione dove la materia nera diventa meraviglia».

C’è un film italiano o straniero, magari visto di recente, che “La terza guerra” avrebbe potuto musicare? 

«Ho avuto l’onore di vedere in anteprima il film “Gli ultimi saranno gli ultimi” di Massimiliano Bruno che uscirà il 12 novembre. Anche lui è stato raiser del mio progetto. Il film racconta la storia di una donna coraggiosa interpretata magistralmente da Paola Cortellesi. Il suo personaggio è l’incarnazione perfetta de “La terza guerra”».

Musica, teatro, cinema, televisione e anche un’esperienza a “X-Factor” nel 2012. A 29 anni appena compiuti sembra tu abbia vissuto già tre o quattro vite. E dall’esterno si potrebbe immaginarti come una persona fermamente votata alla realizzazione professionale. E’ così? 

«Ho fatto molte cose, è vero, ma la realizzazione non è un voto. Sopravvivere facendo quello che sento sì, lo è. Ho deciso molto presto che avrei lavorato in questo mondo e mi sono buttata. E’ un lavoro precario e per sopravvivere all’inizio si viaggia spesso sulla quantità. Ho avuto come insegnante da attrice Giancarlo Giannini che ci consigliò in classe di “…dire sempre sì” e di accumulare più esperienza possibile perché soltanto esplorando si può imparare a capire qual è la propria strada e selezionare. Per me è stato così».

Cos’è per te il successo: un traguardo, un’idea, un’ambizione?

«Successo per me significa avere quel riconoscimento artistico che permette di avere la credibilità per portare avanti con serenità i propri progetti senza diventare “marionette” di un sistema. Può dare la libertà di scegliere cosa fare e quando farlo. Se ci arriverò davvero poi ti dirò – sorride – com’è esattamente».

Einstein diceva: “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la Terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. Nella speranza che il tuo secondo disco non venga fatto con bastoni e pietre, quali temi ti piacerebbe sviluppare in futuro con la musica? Magari l’amore? Un tema quest’ultimo che – ho letto in alcune interviste – vorresti trattare ma a patto “…di imparare a essere un pochino più romantica”?

«Einstein ci avvertiva: se si combatterà la Terza Guerra Mondiale verranno usate armi chimiche e atomiche che distruggeranno tutto, lasciando gli Esseri umani armati di bastoni e pietre. Immagino nel disco una guerra combattuta con l’amore che funziona come “un’arma di costruzione di massa” invece che di “distruzione”. Mi domando: e se questa Terza Guerra Mondiale fosse un’occasione per imparare a costruire e a rivoluzionare il modo di sentire piuttosto che impugnare le armi e uccidere? D’altronde Jim Morrison lo scriveva: “…un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”. Il mio secondo disco vorrei espandesse le potenzialità dei synths e lasciasse spazio all’elettronica per esplorare la contaminazione tra sensibilità e condizionamento della tecnologia. Speriamo che non mi restino bastoni e pietre. E chissà… spero di riuscirci ad essere un po’ più romantica».

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