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MISTAMAN

MISTAMAN «L'hip hop da ragazzo mi ha colpito e cambiato come investito da un'onda energetica»

Vogliamo parlarvi di Mistaman per tre motivi. Il primo è legato all’attualità: nella prima parte del 2017 sarà ancora in tour. Ma occhio, in questa intervista scoprirete che c’è una persona oltre il personaggio (e non è mai roba scontata…) e soprattutto ci sono idee, spunti interessanti nelle sue risposte.

Hai debuttato che avevi 18 anni e oggi ne hai 40. Che ricordi hai di quell’Alessandro diciottenne? 

«L’hip hop da ragazzo mi ha colpito e cambiato come se fossi stato investito da un’onda energetica. Ricordo che non tutti attorno a me ne erano colpiti allo stesso modo ma per me era una cosa tangibile e me ne sentivo pervaso. Credo che per poter trasmettere quell’energia la si debba prima di tutto sentire e ora mi inorgoglisce pensare di averla interiorizzata e di poterla emanare a mio modo».

Cosa significa fare musica ritrovandosi sotto il palco i diciottenni di oggi? 

«Mi rendo conto dell’impatto che la musica può avere su una mente giovane e cerco di non sottovalutarne la capacità di analisi, quando scrivo mi illudo di lasciare qualcosa di buono in chi mi ascolta senza però cadere nel moralismo».

Di recente, in un’intervista, hai detto che in ambito italiano, il rap ha perso un po’ di originalità…

«Parlare di originalità nel 2017 mi rendo conto che non abbia molto senso, tutto è già stato fatto e riciclato e non è nemmeno detto che l’originalità sia una caratteristica da ricercare per forza nella buona musica. La caratteristica di un vero artista è quella di raccogliere gli stimoli sapendo poi riproporli con la propria sensibilità, questo dà il valore aggiunto».

Quali sono gli artisti che hanno portato qualcosa di nuovo, nel genere, negli ultimi anni?

«Se devo fare dei nomi di artisti nei quali vedo una ricerca di questo tipo e che mi appassionano direi tutto il collettivo TDE o Anderson .Paak ma la lista sarebbe lunga».

“Realtà aumentata”, il tuo disco, ha preso spunto anche dalla serie tv “Black Mirror”, che parla delle storture della tecnologia. Oggi la tecnologia è il rifugio della stragrande maggioranza delle persone (soprattutto degli adolescenti). Anche i rapporti di oggi sono più… tecnologici che analogici? Non ti spaventa che un like su Facebook abbia sostituito una pacca sulla spalla? 

«Il fatto che siamo divenuti tutti entità in parte digitali è un dato di fatto ed è interessante vedere come si evolvono le nostre interazioni parallelamente alla tecnologia. Culturalmente ci evolviamo molto più lentamente rispetto alla velocità della tecnologia ed è quindi normale che le nuove generazioni siano quelle più assorbite dalla realtà digitale perché si sanno adattare più velocemente. Come per il mondo analogico, in quello digitale sono nascoste insidie e aspetti che non mi piacciono e ne parlo così come parlo di quelli del mondo “reale”».

Nel 2017 ancora concerti. Tu sei uno che dal palco guarda le prime file oppure il live ti proietta in una dimensione da… “Realtà aumentata” in cui le facce diventano urlo, suono indistinto?

«Dipende molto dal tipo di locale, nei locali più piccoli in cui il pubblico è più vicino al palco e puoi distinguere le singole persone di sicuro si instaura un’energia particolare che forse si perde un po’ con platee più vaste. La dimensione live la vivo come un momento di sfogo, è un occasione in cui posso far esplodere il mio ego ed esprimere la mia essenza ma in tutto questo il pubblico è assolutamente protagonista della performance. Finito il concerto di solito mi sento liberato e in armonia con l’Universo e non mi dispiace interagire con le persone che sono venute a sentirmi».

Anche quest’anno a Sanremo ci sarà il rap. Ti sei mai immaginato sul palco del Festival con un’orchestra della Madonna dietro di te? Oppure è un pensiero che ti dà noia?

«Non è un tipo di esposizione che mi interessa e non saprei nemmeno cosa dire ad un pubblico così vasto. Sono cresciuto vedendo quel tipo di comunicazione nazional-popolare come qualcosa a cui oppormi piuttosto che aspirare a farne parte».

Immagino che da ragazzino tu abbia fatto il pieno di consigli dai rapper più navigati di te. Oggi che consiglio daresti a chi fa freestyle nella piazzetta sotto casa?

«Il percorso per chi inizia dovrebbe essere dentro sé stessi prima che verso il pubblico. Per un artista è fondamentale individuare che cosa lo rende unico e definibile rispetto agli altri prima di plasmarsi su ciò che si suppone piaccia agli altri».

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