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MURUBUTU «Il ruolo che penso di rappresentare è quello di avanguardia del rap narrativo di concetto»

Murubutu ha da poco pubblicato “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti“, un disco dove il rap si fa narrazione e i temi affrontati sono maturi. Nel compact – fra gli altri – anche Dargen D’Amico, Ghemon e Rancore. L’album è uscito per Mandibola Records.

Partiamo dal tuo stile. Porti avanti un certo tipo di rap che è distante dalle mode del momento. Eppure in Italia a trainare il movimento in tv sono soprattutto rapper come Fabri Fibra, Emis Killa, Guè, Marracash, cioè artisti che spesso fanno il verso agli americani. Il pubblico/mercato italiano non ha voglia di ascoltare storie… nostrane? 

«Mi sembra normale che una proposta come la mia, più complessa a livello concettuale e linguistico, non vada di pari passo con il bisogno di immediatezza che caratterizza i circuiti commerciali. Il ruolo che penso di rappresentare è quello di avanguardia del rap narrativo di concetto».

Restando in tema, mi piacerebbe avere la tua opinione sui Talent e sul rap nei Talent, dal momento che negli ultimi anni è andato fortissimo.

«Non ho molta competenza sui Talent e le loro dinamiche. Immagino tuttavia che sia fisiologico che quando un genere musicale ha successo e viene fruito in misura sempre maggiore arrivi in formati televisivi di quel tipo. Il problema non è che il rap sia sotto i riflettori più popolari, il problema sarebbe se esistesse solo quello. La situazione però è ben diversa, il rap underground è più che mai vivo».

Le tue rime hanno sostanza, come lavori sulla scrittura e soprattutto quando capisci che le parole hanno “fotografato” al meglio l’idea di partenza?

«Un brano in realtà non è mai finito, la ridefinizione potrebbe essere eterna. Ritengo tuttavia che la fotografia sia soddisfacente quando raggiunge angolatura e colori in grado di rendere bene le emozioni e i contenuti che voglio trasmettere».

Nel tuo album il vento è l’elemento ricorrente. Che vento tira in Italia in questo momento dal punto di vista culturale e politico? E’ davvero tutto da buttare?

«Sono molto disilluso rispetto a tante cose però sono fondamentalmente un ottimista, anche se forse dai miei testi non traspare. In buona sintesi penso che la nostra percezione della realtà derivi sempre più dalla comunicazione dei mass media e che questa abbia subito un ulteriore sviluppo negli ultimi anni con i social. Questo sviluppo avviene in nome di superficialità e immediatezza e penso non sia più in grado di rendere conto di tanti aspetti belli del nostro presente. Questi aspetti esistono però, in qualsiasi condizione l’essere umano è in grado di esprimere una parte positiva di sé, solo che oggi non viene comunicata. Cioè riescono a non comunicarla anche comunicandola».

Tu fai l’insegnante. Ma oltre alla scuola, credi che suggerire ai ragazzi di affidarsi alle parole di un rapper sia utile per la formazione del carattere, di un’opinione, di una posizione? Insomma, bisogna credere nei rapper e se sì, a quali? Come si scelgono?

«Penso che ogni riferimento culturale extracurriculare possa essere utile alla formazione di un ragazzo. Specialmente se fruito con buona motivazione. La musica è sempre al primo posto in questo senso. I rapper sanno di essere sotto i riflettori in questo periodo, penso sia importante, quando si ha una certa visibilità, lanciare messaggi positivi. Quando si diventa modelli identificazionali si assume una responsabilità nei confronti dell’utenza. Non ha senso dire chi seguire e chi no, con gli adolescenti si ottiene l’effetto opposto. Ha senso però dire che proporre modelli negativi è una forma di speculazione».

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