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NADÀR SOLO
Foto di Martina Caruso

NADÀR SOLO «Sanremo? Per ora mi piace l'idea di andarci come autore...»

Partiamo dalla notizia pubblicata poche ore fa sulla loro pagina Facebook. “Cari amici, vogliamo comunicarvi che purtroppo, dopo una lunga riflessione, abbiamo deciso di annullare il resto del tour di “Semplice” e di interrompere a tempo indeterminato l’attività live dei Nadàr Solo. Per voi è inaspettato, ma i motivi sono diversi e nei prossimi giorni cercheremo di spiegarvi di più, se avrete la pazienza di leggerci. Potremmo intanto riassumere così: sia io che Federico, dopo 18 anni di collaborazione, amicizia, matrimonio, chiamatelo come volete, ci troviamo di fronte a nuovi obiettivi che sentiamo il bisogno di poter perseguire liberamente e indipendentemente. E non sto usando forme edulcoranti. E’ proprio così. Siamo sereni e andiamo d’accordissimo. E’ solo che vogliamo fare altro”. Parole (senza musica) di Matteo De Simone, voce dei Nadàr Solo. In questa nostra intervista proviamo a capire meglio la loro scelta ma anche a parlare – con leggerezza – d’altro.

Matteo, aiutami a trovare una definizione per una band che ha già fatto 6 dischi e collezionato svariate decine di concerti. Verrebbe facile pensare a una band che ha tirato su un bel po’ di soldi in questi anni. E’ il vostro caso?

«Scusa, ma mi viene da ridere. Comunque no, direi di no. I soldi mancano sempre, è il grande dilemma delle band medie, non ricche di famiglia, in questo Paese. Aggettivi: potremmo definirci entusiasti della nostra musica. Ma stanchi di ripetere dinamiche vecchie in un mondo discografico ormai completamente mutato. Infatti, ecco lo scoop, anche se non è tanto scoop visto che la notizia è di qualche ora fa: smettiamo di suonare dal vivo».

Uh, ci ritorniamo dopo sull’argomento. Siete in giro da più di 10 anni, quindi conoscete pregi e difetti della scena indie. E’ un ambiente autoreferenziale?

«E’ una scena che è cambiata tantissimo in questi 10 anni. E con l’ingresso dei millennials sta cambiando ancora di più e più velocemente. Sta sparendo la centralità del live ad esempio. Il pubblico lo conquisti su YouTube, non dal vivo. Il live arriva, con un senso anche economico, se sei una star in tv o sul web (cose che in genere coincidono). L’autoreferenzialità c’è, ma è propria di ogni ambiente in Italia. E’ un Paese piccolo, fatto di piccoli circoli. Eppure anche questo sta cambiando. Il percorso di carriera degli indie sta ritrovando spazio nei grandi circuiti mainstream. A un patto però: fare musica mainstream. Chi ha vinto alla fine? Io non so rispondere».

Prima di fare il musicista, da quali artisti ti sentivi rappresentato? E oggi che sei dall’altra parte della barricata già da un po’, quali sono gli artisti che senti più vicini al vostro (o tuo) modo di pensare?

«Circoscrivo all’Italia per semplicità. Da adolescente amavo i Marlene, gli Afterhours, i Verdena, i CSI, tutta la scena rock italiana insomma, anche i nomi minori come One Dimensional Man, Il Santo Niente. Mi facevano impazzire. Oggi ascolto veramente qualunque cosa, anche se in maniera probabilmente più frettolosa e superficiale perché mi interessa capire come lavorano gli artisti, anche quelli distanti da me. Mi sento molto vicino alla poetica di Andrea Appino e Pierpaolo Capovilla, parlando di testi ovviamente».

Abbiamo scritto che “Semplice” non è poi un disco così… semplice. Ora che è già uscito da diversi mesi, come ti sembra sia stato accolto in generale e cosa non è stato capito dell’album?

«Dalle recensioni mi sembra che per la prima volta sia stato capito praticamente tutto, forse proprio perché i testi lasciano poco spazio all’interpretazione. Il pubblico incontrato ai concerti sembra entusiasta. Mi sembra comunque che alcuni lo stiano amando a dismisura, altri hanno bisogno di più tempo. Critiche distruttive non sono ancora arrivate. Bene così, no?».

“Cattivi pensieri” è il nostro brano preferito. Ascoltandolo in redazione ci siamo soffermati su un verso in particolare: “Ti proteggerò/Se mi salvo sarò il tuo salvagente”. A quasi tutti ha fatto venire in mente la scena del film “Titanic”. E’ un film che ti piace? Sei un appassionato di film?

«Sono un appassionato, anzi malato di serie tv! Io e la mia compagna ne divoriamo a pacchi, è una vera dipendenza e Netflix – sorride – ha peggiorato drammaticamente le cose. Ovviamente sono anche sempre stato un divoratore di film. “Titanic” lo vidi con mia madre appena uscito, avevo credo 15 anni o giù di lì. Piansi amare lacrime. Purtroppo da quando ho visto il ridoppiaggio bestemmiato dai Prophilax non riesco più a prenderlo sul serio».

Dopo 6 dischi cosa chiedere di più a una carriera che comunque vi ha dato tante soddisfazioni? Magari un passaggio a Sanremo?

«Come dicevo, ci fermeremo con i live perché abbiamo voglia di fare altro. Fede (Federico Puttilli, chitarra, ndr) è diventato un abile produttore e ha un bellissimo studio, io da un paio di anni ho iniziato un percorso come autore che è partito bene e al quale voglio dedicarmi di più. Mai dire mai, non credo che andremo a Sanremo, piuttosto per ora mi piace l’idea di andarci come autore. Quest’anno due dei big hanno miei brani nei loro dischi, parlo di Michele Bravi e Raige. Entrambi i brani vedono come coautore Riccardo Scirè. Ci siamo presi tante soddisfazioni coi Nadàr, è vero, e siamo diventati adulti. La soddisfazione più grande? Siamo persone libere, non dipendiamo da nessuno e facciamo sempre quello che ci pare. Non riesco a immaginare maggior privilegio per un artista».

Ultima cosa, mi dici la tua su Agnelli a “X-Factor” e sui Talent?

«I Talent sono pericolosissimi per i concorrenti, ma dal punto di vista di Agnelli ha fatto benissimo ad andarci. E’ un artista vero, un cantante incredibile e un autore illuminante. Nel tempo ha dimostrato di saper essere anche un ottimo imprenditore di se stesso. Non è da tutti».

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