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NEX CASSEL

NEX CASSEL «Sono un rapper bianco, ne vedi altri? Dove sono?»

Conto alla rovescia per Nex Cassel che si appresta a uscire con un album – “Rapper bianco” – a gennaio. Il compact è stato anticipato dal singolo “Patrimonio Nazionale”. Il brano è un antipasto di un disco con un titolo che è una semplice considerazione di uno status identitario ma anche un incitamento a non perdere di vista la realtà, una sfida a non adagiarsi sugli stereotipi di una cultura che oggi, anche in Italia, vede molti adepti chiamarsi tra di loro “nigga”…

Voglio subito chiederti qualcosa su “Rapper bianco” che uscirà a gennaio. Cosa conterrà? 

«”Rapper bianco” è un album molto rap, come si capisce dal titolo. In un periodo in cui molti si sono spostati verso il pop, io ho fatto il contrario, infatti ci sono tante rime e spesso strofe lunghe, strutture semplici. Abbiamo mescolato i suoni 808 con i campioni e il boom bap, abbiamo condito con un pizzico di chitarra elettrica ed ecco fatto. Io lo giudico un disco hardcore, sicuramente c’è gente che fa roba più dura, ma in definitiva il mio album è bello cattivo».

Ci saranno ospiti? 

«Le collaborazioni sono tutte con rapper seri, ho un pezzo con Noyz Narcos, uno con Ensi e Dj 2P, un altro con Egreen e Dj Slait, i miei ragazzi di Adriacosta e anche Esa e Dj Rash. Ho voluto avere gli scratch nel disco, come anche nel mio precedente, perché li amo, sono una figata, ne avrei inseriti anche di più. Le collaborazioni sono state realizzate tutte in studio, vecchia maniera, senza mail. Per esempio i dj arrivavano con lo zainetto e il loro mixer e puntine e facevamo le cose come vanno fatte, stessa cosa con i rapper, che hanno tutti scritto i versi in studio, mentre io scrivevo i miei e mentre Spenish produceva».

Il titolo è molto intelligente e sembra quasi un monito, un voler dire “…hey, sono italiano, non vengo da New York e non faccio l’americano”. C’è dell’altro?

«Rapper bianco è esattamente quello che sono, inoltre ho voluto rendere chiaro che questo è un album rap, come se ce ne fosse davvero bisogno. Sono un rapper bianco, ne vedi altri? Dove sono?».

Hai lavorato molto tempo su questo disco. Cosa ha ritardato la sua uscita?

«Il disco è interamente prodotto da St. Luca Spenish, che è di Palermo. Inizialmente abbiamo affittato una villetta a Marsala e ci siamo isolati a leggere libri di esoterismo e fare musica, abbiamo realizzato i provini di un album di matrice psichedelica/esoterica, veramente ottimi pezzi, però poi, tornati ognuno a casa propria, a distanza di mesi, abbiamo deciso che non era il disco che volevamo far uscire in questo periodo, per cui ci siamo trasferiti a Milano, abbiamo aperto uno studio presso Bande Nere Ink e abbiamo fatto “Rapper bianco”, cioè un disco molto più terra terra, anche se qualche influenza di quel lavoro precedente è rimasta. Per cui, da fuori, molti hanno percepito questo compact come frutto di una lunga gestazione, quando in realtà io e Luca siamo iperproduttivi e abbiamo fatto una vastità di musica, ne abbiamo prodotta un’enormità. Semplicemente, la maggior parte di quella roba ce la siamo tenuta per noi, poi abbiamo fatto questo disco. “Patrimonio Nazionale” è un pezzo che ha un paio di mesi, per dire».

“Patrimonio Nazionale” ha subito scatenato i commenti. Secondo alcuni ti rivolgi a Guè o a Fedez in un passaggio. E’ vero? C’è del dissing al suo interno?

«Quel pezzo è solo pieno di rap fatto bene, tutto qua. Io faccio le mie barre, dico le mie cose, rappo le mie rime, faccio solo il mio sporco lavoro. Se fosse stato un dissing sarebbe stato sicuramente dichiarato: le diss track sono esplicite, non mi pare proprio una diss track, poi la gente pensa quello che vuole, quando fai uscire una canzone non è più solo tua, la gente se ne impadronisce e gli dà la valenza che vuole. Quando ho fatto “Esse moscia” freestyle tutti pensavano che fosse rivolto a Guè, che non ha nemmeno la esse moscia, assurdo, no? Forse perché tanta gente vorrebbe che io e lui collaborassimo come in passato e ha questa cosa in testa, io però faccio le mie cose, ho la mia strada da seguire, vengo da lontano e sono progettato per fare ancora molti chilometri».

In Italia basta sfoggiare uno spinello in un video o fingere di pippare cocaina per sentirsi in diritto di fare i gangster. Tu sei uno dei pochi che il carcere lo ha visto per davvero. Cos’è il carcere italiano e soprattutto uscendo da lì quanto è cambiato il tuo concetto di “rispetto vero”?

«Fortunatamente il mio casellario giudiziario è finalmente stato ripulito, quella è stata una piccola parentesi del mio passato, peraltro è stato un abuso incarcerarmi, ma sai come lavora male la giustizia italiana… Per il resto, non saprei nemmeno da dove cominciare un discorso al riguardo. La giustizia dovrebbe essere alla base dell’ordine democratico di un Paese, e la nostra funziona malissimo».

Di chi stai parlando nello specifico?

«Sto parlando di giudici che non hanno tempo di approfondire bene le cose, ma ci vanno di mezzo le vite delle persone. Considera inoltre che certi personaggi sono intoccabili e quindi i poveri cristi pagano pure per i pezzi grossi. Inoltre i giornalisti condannano le persone prima della sentenza, sbattendo su giornali e telegiornali facce, nomi, storie mal ricostruite. Ho visto avvocati derubare i propri clienti, togliere tutto a persone in situazioni pesanti. Per fortuna io ho sempre avuto buone esperienze con i miei avvocati, come sono sicuro ci siano giudici che dedicano la vita alla giustizia, combattono le loro battaglie, come anche giornalisti».

Dimmi del rispetto…

«Per quanto riguarda il rispetto, dentro ho conosciuto gente della vecchia scuola con cultura carceraria vera e tante cose me le hanno fatte capire: quando dividi poco spazio con persone che nemmeno conosci, il rispetto è fondamentale, a partire dalla pulizia estrema. Poi io personalmente credo molto nella buona educazione e nel rispetto, purtroppo anche se abbiamo famiglie perbene, siamo cresciuti come delle bestie e capita che non parliamo pulito, alziamo la voce, ma il mio obiettivo è essere rispettoso ed educato, magari ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma ce la farò».

Tu sei sulla scena da parecchi anni. Quanto è cambiato il rap che ascoltavi negli Anni Novanta da quello attuale? Ha ancora senso chiamarlo rap oppure ha preso una deriva tale da avvicinarlo al pop?

«Il rap commerciale/pop è sempre esistito, c’era Jovanotti che rappava e altre cose del genere. Diciamo che negli Anni ’90 la vera scena Hip-Hop e i gruppi commerciali erano due realtà totalmente distaccate e c’era odio palpabile, adesso il miscuglio è totale. Quando entravi in certi circuiti sapevi, grosso modo, che gente avresti incontrato, diciamo che c’era più selezione, mentre adesso a certe serate rap trovi cani e porci, gente che non c’entra nulla. Queste sono le differenze. Non so cosa sia meglio, sinceramente».

Negli ultimi anni il rap è sbarcato prepotentemente nei Talent e anche a Sanremo. Un bene?

«Io credo molto nelle libertà personali, credo veramente che la gente debba poter fare quello che vuole. Riguardo a Sanremo ti dico che è totalmente fuori dalla mia formazione, dalla mia cultura, dal mio gusto estetico; stessa cosa per i Talent. Sono contesti che io non capisco e non conosco quindi la mia opinione è limitata, molto limitata. Io non ho la tv a casa, per cui lo stai chiedendo a una persona disinformata. A me piace pensare che gli appassionati di musica siano gente che compra i dischi, segue e supporta gli artisti, approfondisce, fa ricerca, prima di tutto personale, conosce e affina i propri gusti, capisce le scene musicali, i movimenti che hanno creato stili, generi e usato la musica per aggregare. Io vado ai concerti, vado a sentirmi i dj, credo invece che chi guarda i Talent siano gli appassionati di televisione, non gli appassionati di musica, oppure gli appassionati di canto, ma a me il canto non è mai interessato particolarmente, infatti rappo. Ah, il rap non è propriamente musica».

Si fa rap perché? Per la voglia di successo? Per far colpo sulle ragazze?

«Sicuramente le motivazioni sono svariate, ma per quanto mi riguarda penso sia stato l’amore per la cultura Hip-Hop e per il forte desiderio che avevo di farne parte. Tutti gli appassionati di Hip-Hop fanno qualcosa, non è una cultura in cui uno è passivo, e ovviamente rappare era la cosa più semplice, perché prima avevo cominciato a fare graffiti, ma non ero sicuramente un talento, quindi dopo delle denunce, ho mollato. Molti pensano che se sali su un palco hai una forte componente di esibizionismo ed egocentrismo, io non credo di essere assolutamente così, quando ho iniziato a rappare non c’era neppure YouTube, entravi in un locale buio, con tutta gente che ti guardava male, salivi sul palco e cercavi di farti rispettare, poi scendevi, niente foto, niente filmati, fine».

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